Olbia, il Centro umanitario ospita i 3 fratelli rom e li toglie dalla strada
Il Comune trova una soluzione temporanea in via Canova. L’assessore Lai: «Ma la casa resta un’emergenza per tanti»
OLBIA. È solo una soluzione temporanea ma per Majkon, Monica e Samantha Seferovic la stanza al Centro umanitario assomiglia a una reggia. I tre fratelli di origini rom, figli della “storica” nomade Pamela morta nel 2019, dopo aver vissuto per 18 mesi in appartamento grazie a un progetto di inclusione sociale, erano finiti al dormitorio di via Canova. Un letto per la notte e poi alle 8 del mattino costretti a vivere tra l’auto del padre e il parco Fausto Noce. Una condizione resa più complicata dalle condizioni di salute precarie di Majkon e dalla oggettiva difficoltà per le due ragazze di condividere gli ambienti del dormitorio solo con uomini. Il Comune ancora una volta ha preso a cuore la loro situazione, in realtà una delle tante tristi storie della Olbia invisibile.
Al piano superiore del dormitorio di via Canova c’è la casa alloggio del Centro umanitario. Una manciata di stanze con bagni e cucina in comune che, per chi una casa non ce l’ha, è un focolare di lusso. Mediamente vivono 10-12 persone, le camere vengono assegnate ai nuclei familiari in difficoltà e vengono serviti i pasti caldi. In più gli ospiti hanno la possibilità di restare al Centro anche durante il giorno, a differenza del dormitorio in cui si entra alle 20 e si va via tassativamente alle 8 del mattino. «Per me e le mie sorelle è sicuramente una situazione migliore – dice Majkon –. Almeno non stiamo più in macchina».
L’assessore ai Servizi sociali, Simonetta Lai, ricorda le regole del Centro umanitario, ma anche la temporaneità della soluzione. «Si tratta di una accoglienza in casi di necessità che segue delle regole ben precise – sottolinea –. Gli ospiti vengono seguiti da un educatore e da un assistente sociale. Devono collaborare e rispettare le regole per poter restare. Di certo per Majkon e le sue sorelle è una condizione migliore di quella che hanno vissuto nelle ultime settimane, tra il dormitorio e la macchina».
L’assessore è però molto preoccupata per il futuro. L’emergenza casa in città al momento non ha soluzioni a stretto giro. Un’altra famiglia rom, con minori – anche questa per un anno e mezzo all’interno del progetto di inclusione abitativa dopo aver abbandonato il campo rom di Sa Corroncedda – è finita per strada. Temporaneamente è ospite da un parente. Ma si tratta di un nucleo numeroso, con 7 persone. «Il Comune non ha strumenti per fare fronte a questa emergenza che è generalizzata – conclude l’assessore Lai –. Il mercato immobiliare è chiuso. Basti pensare che per un piccolo appartamento comunale a Porto Rotondo che si è liberato c’è una graduatoria con una quarantina di richieste. L’assegnazione segue criteri oggettivi regolamentati».
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