Olbia, sotto il viadotto spunta il villaggio nuragico
Presentate le nuove scoperte: edifici circolari e rettangolari e centinaia di strumenti di lavoro
OLBIA. La storia si riscrive all’ombra di robuste travi di cemento armato. Curvi sulla terra liberata dai rovi e dalle sterpaglie, gli archeologi hanno ricomposto i pezzi di un passato che ha voluto regalare grandi sorprese. È la rivincita del Belveghile. Il nuraghe a nord della città, per oltre trent’anni nascosto sotto un viadotto della circonvallazione, è finito al centro di una importante campagna di scavi. E i risultati sono eccezionali: strutture circolari, costruzioni rettangolari, centinaia di strumenti da lavoro. E poi il pezzo forte: una capanna-laboratorio di 17 metri unica nel suo genere, almeno per quanto riguarda il nord Sardegna.
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Nuova vita. Il Belveghile è un nuraghe famoso. Non per la sua storia millenaria ma per il viadotto che ci passa esattamente sopra, tirato su alla fine degli anni Ottanta nell’ambito della realizzazione della circonvallazione, quando le norme di tutela erano decisamente diverse da quelle attuali. Una condizione difficile, uno status di sito archeologico sfregiato che aveva fin da subito generato rabbia e indignazione. L’unico aspetto positivo, però, è che la costruzione della strada aveva comunque lasciato intatto il nuraghe. Così oggi si è potuto intervenire. Il Segretariato regionale del ministero della Cultura ha destinato 300mila euro per una campagna di scavo, parte di un finanziamento ministeriale di un milione stanziato per un progetto di valorizzazione e fruizione turistica per il quale sarà lanciato un concorso di idee internazionale.
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Lo scavo. Le attività di scavo, in un’area di 1000 metri quadrati di proprietà del Cipnes, sono durate cinque mesi. Ieri gli archeologi e i funzionari del Segretariato hanno mostrato tutto ciò che è stato trovato. Lo scavo ha rivelato che il sito si estende ben al di là delle stime iniziali e che presenta anche una grande varietà di soluzioni abitative. Attualmente si possono contare dodici strutture circolari e rettangolari che mostrano una notevole diversificazione architettonica, cronologica e culturale, tra cui una sorta di laboratorio per la lavorazione di pelli e tessuti. Gli archeologi hanno trovato centinaia di strumenti in pietra e terracotta di varie forme e grandezza.
Il futuro. Patricia Olivo, segretario regionale del ministero per la Sardegna, parla chiaro: «È un sito con una storia recente molto difficile e non possiamo nascondere ciò che è stato realizzato nelle sue vicinanze, ma proprio per questo meritava attenzioni significative. Il progetto di valorizzazione che intendiamo affidare attraverso un bando di progettazione dovrà essere particolarmente sfidante, considerata la collocazione peculiare del monumento». I lavori di scavo, affidati alla ditta Venezia srl, si sono svolti sotto la direzione scientifica di Francesco Carrera, funzionario archeologo della Soprintendenza. «Lo scavo – spiega – rientra in una logica di fruizione dei monumenti olbiesi. Già prima della progettazione, in sinergia con il Comune e il Cipnes, erano state ipotizzate la realizzazione di una pista ciclabile, che raccordi il nuraghe con i vicini monumenti di Sa Testa, Riu Mulinu e Sa Rughittula, e di un parcheggio per l’accoglienza dei turisti. I materiali rinvenuti andranno ad arricchire il museo». Paola Mancini, archeologa, è particolarmente soddisfatta: «Da abitante di Olbia ho ben presenti le critiche nutrite dai pregiudizi che da trent’anni avvolgono questo sito. Parlare del Belveghile è quasi un tabù, una ferita sempre aperta. Ho pensato però che fosse giunto il momento di guardare avanti». Alla presentazione dello scavo hanno partecipato anche Massimo Casagrande, funzionario del Segretariato e responsabile del procedimento, l’architetta Patrizia Tomassetti, direttrice dei lavori, e il soprintendente Bruno Billeci. Anche Gianni Sarti, presidente del Cipnes, ha parlato di futuro: «Il binomio turismo-cultura deve andare avanti. Il turismo archeologico può superare i numeri del turismo balneare».
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