Il Belveghile caposaldo di una galassia nuragica
di Dario Budroni
Le scoperte confermano il ruolo centrale della piana olbiese fin dall’antichità Mancini: «Nel territorio si contano tantissime strutture, molte simili tra loro»
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OLBIA. La piana olbiese era come una galassia nuragica. Decine di antiche strutture punteggiavano la zona compresa tra il mare e i monti attorno alla città. E poi c’era il Belveghile: un nuraghe perfettamente inserito in questo vasto sistema di scambi e di contatti. Non era il più grande di tutti, ma sicuramente uno dei più importanti. Gli archeologi, dopo la prima campagna di scavo del 1987, negli ultimi mesi hanno raccolto altre importanti informazioni che la dicono lunga sulla centralità del Belveghile. Un nuraghe strutturato, con capanne e laboratori annessi, che è stato finalmente strappato all’oblio grazie a un nuovo scavo appena concluso e a un progetto di valorizzazione e fruizione che sarà presto messo in campo.
Galassia nuragica. Che la piana di Olbia fosse ricca di nuraghi, e anche di tombe dei giganti, non è certo una novità. Gli archeologi lo sanno bene da parecchio tempo. Ma è comunque un qualcosa che il grande pubblico continua a ignorare, considerato che gli scavi e i progetti di valorizzazione sono piuttosto rari anche perché i siti si trovano perlopiù in aree private. «Nella piana si contano tantissimi nuraghi, anche simili tra loro, alcuni dei quali si trovano a due passi dallo stesso Belveghile – spiega l’archeologa Paola Mancini, coordinatrice dell’ultimo scavo –. Spesso si tende a pensare che, in Gallura, la zona più frequentata in età nuragica fosse quella di Arzachena. Invece da quel che sappiamo e dalle ricerche in corso è quella di Olbia. Ad Arzachena, com’è noto, sono stati compiuti molti più scavi e questo ovviamente fa la differenza».
Il Belveghile. Il nuraghe appena scavato, da oltre trent’anni in parte nascosto sotto un viadotto della circonvallazione costruito in un periodo in cui le norme di tutela erano differenti da quelle di oggi, era dunque uno dei più importanti della piana olbiese. Al Belveghile, con tanto di villaggio che si sviluppava attorno, si viveva e si lavorava. Il ritrovamento più entusiasmante riguarda per esempio la capanna absidata lunga ben 17 metri - un unicum nel nord Sardegna - che i nuragici utilizzavano come laboratorio. «Abbiamo trovato centinaia di reperti come lisciatoi in pietra e ceramica, pestelli, brunitoi, fusaiole. E poi anche dei piani di lavorazione in argilla – continua Paola Mancini –. La capanna era dunque un laboratorio artigianale dedicato a varie attività, tra cui la lavorazione di materiali morbidi come pelli e tessuti. Siamo particolarmente soddisfatti: parliamo di tantissimi reperti che andranno ad arricchire il museo». Insomma, al nuraghe Belveghile si lavorava e si produceva. «Era un luogo di scambio, un villaggio grande e ben strutturato – prosegue l’archeologa –. Un importante punto di snodo, considerato che si trovava esattamente lungo le vie di penetrazione dal mare verso l’entroterra».
Le varie fasi. Il Belveghile, che ha avuto una vita compresa tra il sedicesimo e il dodicesimo secolo avanti Cristo, fu inoltre interessato da tre fasi costruttive. La prova sta nella sequenza stratigrafica individuata nel 1987 dall’archeologo Antonio Sanciu e confermata nell’ultimo scavo. In un primo momento furono costruiti la torre centrale, un bastione e un antemurale. Poi fu la volta di una torre di difesa, di una scalinata e di una torretta. Nella terza fase, infine, furono costruite le capanne del villaggio. Il Belveghile fu anche brevemente riutilizzato in epoca romana, come testimonia una tomba scavata da Sanciu più di trent’anni fa.
Galassia nuragica. Che la piana di Olbia fosse ricca di nuraghi, e anche di tombe dei giganti, non è certo una novità. Gli archeologi lo sanno bene da parecchio tempo. Ma è comunque un qualcosa che il grande pubblico continua a ignorare, considerato che gli scavi e i progetti di valorizzazione sono piuttosto rari anche perché i siti si trovano perlopiù in aree private. «Nella piana si contano tantissimi nuraghi, anche simili tra loro, alcuni dei quali si trovano a due passi dallo stesso Belveghile – spiega l’archeologa Paola Mancini, coordinatrice dell’ultimo scavo –. Spesso si tende a pensare che, in Gallura, la zona più frequentata in età nuragica fosse quella di Arzachena. Invece da quel che sappiamo e dalle ricerche in corso è quella di Olbia. Ad Arzachena, com’è noto, sono stati compiuti molti più scavi e questo ovviamente fa la differenza».
Il Belveghile. Il nuraghe appena scavato, da oltre trent’anni in parte nascosto sotto un viadotto della circonvallazione costruito in un periodo in cui le norme di tutela erano differenti da quelle di oggi, era dunque uno dei più importanti della piana olbiese. Al Belveghile, con tanto di villaggio che si sviluppava attorno, si viveva e si lavorava. Il ritrovamento più entusiasmante riguarda per esempio la capanna absidata lunga ben 17 metri - un unicum nel nord Sardegna - che i nuragici utilizzavano come laboratorio. «Abbiamo trovato centinaia di reperti come lisciatoi in pietra e ceramica, pestelli, brunitoi, fusaiole. E poi anche dei piani di lavorazione in argilla – continua Paola Mancini –. La capanna era dunque un laboratorio artigianale dedicato a varie attività, tra cui la lavorazione di materiali morbidi come pelli e tessuti. Siamo particolarmente soddisfatti: parliamo di tantissimi reperti che andranno ad arricchire il museo». Insomma, al nuraghe Belveghile si lavorava e si produceva. «Era un luogo di scambio, un villaggio grande e ben strutturato – prosegue l’archeologa –. Un importante punto di snodo, considerato che si trovava esattamente lungo le vie di penetrazione dal mare verso l’entroterra».
Le varie fasi. Il Belveghile, che ha avuto una vita compresa tra il sedicesimo e il dodicesimo secolo avanti Cristo, fu inoltre interessato da tre fasi costruttive. La prova sta nella sequenza stratigrafica individuata nel 1987 dall’archeologo Antonio Sanciu e confermata nell’ultimo scavo. In un primo momento furono costruiti la torre centrale, un bastione e un antemurale. Poi fu la volta di una torre di difesa, di una scalinata e di una torretta. Nella terza fase, infine, furono costruite le capanne del villaggio. Il Belveghile fu anche brevemente riutilizzato in epoca romana, come testimonia una tomba scavata da Sanciu più di trent’anni fa.
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