Dante, Fedez e Cleopatra lezione-spettacolo di Sgarbi
di Giuseppe Pulina
Tutto esaurito al Carmine, ma non è stato solo un tributo al genio letterario Dai racconti sulle donne adultere all’ironia sulle misure durante il lockdown
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TEMPIO. Erano anni che non si vedeva il teatro del Carmine esaurito in ogni ordine di posto. A compiere il “miracolo” è stato Vittorio Sgarbi e forse anche la decisione del Comune, che ha fatto suoi tutti i costi dell’operazione, di offrire gratuitamente lo spettacolo ai cittadini. A insaporire la proposta del Carmine ci ha messo del suo anche il tema, visto che lo spettacolo voleva essere un tributo a Dante nell’anno del settimo centenario della morte. Dire poi che quasi tutti i 400 spettatori di domenica sera al Carmine abbiano varcato il portone d’ingresso del teatro per assistere a una lezione su Dante e non tanto per vedere in carne e ossa Vittorio Sgarbi potrebbe essere un azzardo. Dante piace, ma uno come Sgarbi stuzzica e incuriosisce perché non si sa mai come andrà a finire.
È però andata a finire bene, a giudicare dagli applausi che hanno accompagnato i diversi momenti della serata e dal grado di soddisfazione degli organizzatori: l’amministrazione comunale, che ha puntato su Sgarbi per costruire l’evento di punta delle ricorrenze dantesche che hanno visto Tempio, città del giudice Nino Visconti, in prima linea; la Cinedigital e Trait d’union, inoltre, perché a loro è toccato curare la logistica di una manifestazione di non facile gestione. Tutti bravi, dunque, compreso Alessandro Achenza, direttore artistico del Carmine che ha condiviso il palco con Sgarbi nella scomoda e duplice veste di presentatore e intervistatore. Fare domande a un fiume in piena come Sgarbi non è mai facile, e questo si è visto anche al Carmine. E lo è meno del solito soprattutto quando si toccano quei temi – di arte, letteratura, storia nazionale – che immancabilmente accendono la verve del sessantanovenne sindaco di Sutri, uomo dalle mille esperienze e dagli altrettanti ruoli: deputato di lunga data della Repubblica, sottosegretario, scrittore, critico e storico dell’arte, opinionista e personaggio televisivo. Qualche incursione nella stretta attualità politica se la è concessa anche a Tempio, ironizzando sul senso di alcune misure governative durante il lockdown e provocando in sala gli applausi – non tanti, in questo caso – di chi evidentemente la pensava come lui. Di Dante ha voluto raccontare il genio letterario e la straordinaria capacità di trasformare in entità plastiche e visive i personaggi che popolano il microcosmo della Divina commedia. “Plasmatore di persone”, Dante ha avuto il merito di veicolare l’identità nazionale che si stava formando attraverso l’uso di una lingua. Vera poesia, che, secondo Sgarbi, scorrerebbe anche nelle canzoni del nostro tempo, sino a Fred Buscaglione e Ramazzotti, ma non sino al punto di comprendere anche Fedez, che tanto simpatico non deve essergli. La poesia fa pensare all’amore, e l’amore nella Commedia fa incrociare il triste destino di Francesca da Rimini, modello di una passione sincera e travolgente. «Chissà quante donne qui presenti sono delle adultere! D’altronde, un’adultera come è stronza per il marito e buona per l’amante». Peggio è andata alla povera Cleopatra, “tettona” e “puttanona”, che sparirebbe al cospetto di una Francesca da Rimini o di una più paradisiaca Piccarda Donati. Assolte, invece, secondo il giudizio di Sgarbi, che evidentemente non la pensa come Dante, le donne della Barbagia, che nel XXIII canto del Purgatorio diventano l’ingiusto termine di confronto di una dura invettiva del poeta contro i costumi delle donne di Firenze.
È però andata a finire bene, a giudicare dagli applausi che hanno accompagnato i diversi momenti della serata e dal grado di soddisfazione degli organizzatori: l’amministrazione comunale, che ha puntato su Sgarbi per costruire l’evento di punta delle ricorrenze dantesche che hanno visto Tempio, città del giudice Nino Visconti, in prima linea; la Cinedigital e Trait d’union, inoltre, perché a loro è toccato curare la logistica di una manifestazione di non facile gestione. Tutti bravi, dunque, compreso Alessandro Achenza, direttore artistico del Carmine che ha condiviso il palco con Sgarbi nella scomoda e duplice veste di presentatore e intervistatore. Fare domande a un fiume in piena come Sgarbi non è mai facile, e questo si è visto anche al Carmine. E lo è meno del solito soprattutto quando si toccano quei temi – di arte, letteratura, storia nazionale – che immancabilmente accendono la verve del sessantanovenne sindaco di Sutri, uomo dalle mille esperienze e dagli altrettanti ruoli: deputato di lunga data della Repubblica, sottosegretario, scrittore, critico e storico dell’arte, opinionista e personaggio televisivo. Qualche incursione nella stretta attualità politica se la è concessa anche a Tempio, ironizzando sul senso di alcune misure governative durante il lockdown e provocando in sala gli applausi – non tanti, in questo caso – di chi evidentemente la pensava come lui. Di Dante ha voluto raccontare il genio letterario e la straordinaria capacità di trasformare in entità plastiche e visive i personaggi che popolano il microcosmo della Divina commedia. “Plasmatore di persone”, Dante ha avuto il merito di veicolare l’identità nazionale che si stava formando attraverso l’uso di una lingua. Vera poesia, che, secondo Sgarbi, scorrerebbe anche nelle canzoni del nostro tempo, sino a Fred Buscaglione e Ramazzotti, ma non sino al punto di comprendere anche Fedez, che tanto simpatico non deve essergli. La poesia fa pensare all’amore, e l’amore nella Commedia fa incrociare il triste destino di Francesca da Rimini, modello di una passione sincera e travolgente. «Chissà quante donne qui presenti sono delle adultere! D’altronde, un’adultera come è stronza per il marito e buona per l’amante». Peggio è andata alla povera Cleopatra, “tettona” e “puttanona”, che sparirebbe al cospetto di una Francesca da Rimini o di una più paradisiaca Piccarda Donati. Assolte, invece, secondo il giudizio di Sgarbi, che evidentemente non la pensa come Dante, le donne della Barbagia, che nel XXIII canto del Purgatorio diventano l’ingiusto termine di confronto di una dura invettiva del poeta contro i costumi delle donne di Firenze.
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