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Olbia, medici di famiglia in rivolta: «Siamo pronti a dimetterci»

Stefania Puorro
Olbia, medici di famiglia in rivolta: «Siamo pronti a dimetterci»

Carichi di lavoro insostenibili dall’inizio della pandemia: «Tutto sulle nostre spalle». Il portavoce Giovanni Barroccu: «Serve subito una riorganizzazione amministrativa»

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OLBIA. Oberati di carichi burocratici. Tanto da lavorare anche di notte. E a due anni dall’inizio della pandemia non hanno più energie. Hanno atteso, pazientato, sofferto in silenzio per il bene dei propri pazienti. Ma adesso, anche dopo l’ultima richiesta di aiuto inoltrata due mesi fa e risultata vana, i medici di medicina generale di tutta la Gallura e del Monte Acuto, dicono basta. Sono arrivati al punto di rottura. «O si provvede subito a una riorganizzazione amministrativa, altrimenti siamo pronti ad attuare azioni eclatanti. Quali? Non escludiamo le dimissioni di massa. E se ci fermiamo noi, allora l’emergenza sarà totale».

Le parole sono di Giovanni Barroccu, segretario regionale Fimmg della Gallura (Federazione italiana medici di medicina generale), ma che adesso interviene come portavoce di tutti i medici di base del territorio. «Anche in questa fetta di Sardegna si vivono situazioni critiche, diventate esplosive con l’emergenza sanitaria. In alcuni paesi il dottore di famiglia proprio non c’è più e in altri (come accade a Calangianus o Luras, tanto per fare un esempio) quelli rimasti devono occuparsi anche di 4mila pazienti a testa perché i colleghi con cui garantivano l’assistenza di base sono andati in pensione».

A Olbia i medici di famiglia (che sono 45, mentre i pediatri sono una trentina) lavorano da due anni senza potersi concedere un’interruzione perché non si trovano sostituti: molti sono stati assorbiti dalle Usca, altri hanno dovuto prendere il posto di coloro che sono “fuggiti” in pensione. «Impensabile - dicono - sostituirci tra noi, perché occorrono 12-13 ore per gestire i propri assistiti e la giornata di 30 ore per gestirne 3000 non c’è».

Giovanni Barroccu, per spiegare la situazione a nome di tutti, parte dall’inizio. Da quando cioè è esplosa la pandemia. «Da quel momento ogni incombenza è ricaduta su di noi. Abbiamo rispettato i decreti, le disposizioni, le circolari, le ordinanze ma gestire i pazienti è stato difficilissimo. Quando sono stati chiusi tutti i servizi specialistici territoriali, la gente ci chiamava in continuazione e dovevamo cercare di dare risposte tra mille difficoltà e pensare anche ai tanti pazienti che soffrono di diverse patologie. E mentre ci hanno riempito di scartoffie, siamo stati sovraccaricati di compiti burocratici che, col Covid, sono cresciuti in maniera vertiginosa: è partito il meccanismo delle segnalazioni sulla piattaforma per dare le informazioni sui casi positivi, sulla messa in quarantena, sui negativizzati, sui green pass. Tutto sulle nostre spalle. Ci siamo piegati esclusivamente per il bene dei pazienti e per evitare anche problemi di ordine pubblico - va avanti Giovanni Barroccu -, ma non si può andare avanti in questo modo. I medici di famiglia, ogni giorno, devono seguire solo per le questioni amministrative almeno trenta-quaranta pazienti al giorno. Questo vuol dire un aggravio di lavoro e un aggravio di orario tanto che molti colleghi, alle 11 di sera, sono sì a casa ma stanno rispondendo ai pazienti. Abbiamo sollecitato tutti gli organi competenti e inviato vari documenti. Due mesi fa abbiamo spedito un’altra lettera, firmata dai medici di medicina generale della Gallura, all’assessorato della Sanità della Regione, all’Ordine dei medici, ai vertici dell’ex Ats e della Asl. E non abbiamo ottenuto nessuna risposta. Adesso ci rivolgiamo ancora alla Regione, all’Ares, alla nuova dirigenza della Asl e a tutti i sindaci. Devono porre un freno a questa deriva amministrativa e devono pensare a una riorganizzazione immediata della medicina territoriale investendo in personale amministrativo (e non solo). Lo ribadiamo ancora. Se non arriveranno i fatti, siamo pronti a dimetterci tutti».

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