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Olbia

La via del ritorno, un libro e due autori

di Giuseppe Pulina
La via del ritorno, un libro e due autori

Per la sua ultima opera, Nino Murineddu ha collaborato con don Antonio Adddis

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TEMPIO. È più di un romanzo quello che Nino Murineddu ha dato ultimamente alle stampe con l’editore maddalenino Paolo Sorba. S’intitola “La via del ritorno” e, pur etichettabile come un romanzo, si serve di questo specifico registro narrativo per affrontare argomenti e sostenere tesi che si ritrovano solitamente in un saggio.

Parla, infatti, del senso della vita e degli spiragli che intorno alla ricerca di questo portano, giocoforza, a interrogarsi sull’esistenza del divino.

Il tema è forte e sicuramente non dispiacerà ai tanti lettori di Nino Murineddu, sociologo, uomo di scuola, ex senatore della Repubblica per ben due legislature, datosi alla letteratura quando ha iniziato a trovare il tempo per cimentarsi seriamente sui suoi progetti di scrittura. Il risultato è una serie di libri ben riusciti, alcuni dei quali, come “L’Aggabadora”, sono stati ripetutamente ripubblicati perché ogni ristampa si esauriva in poco tempo. Più di un valore aggiunto all’ultimo titolo di Murineddu è, questa volta, la collaborazione con don Antonio Addis, religioso della diocesi, intellettuale sottile, amico fraterno di Murineddu.

Di don Addis è la riflessione che precede i capitoli del romanzo, come se i personaggi di cui “La via del ritorno” parla fossero, alla fine, quattro: il vecchio Giuseppe e l’irrequieto Mario che sono i veri protagonisti del romanzo, e i due amici, Nino e Antonio, che nel libro hanno disseminato tante tracce visibili dei loro pensieri più intimi in materia di religione.

Lo scenario di un’Italia da ricostruire (quella del secondo dopoguerra e dei flussi migratori che spinsero molti connazionali verso le miniere del Belgio o le città industriali della Germania dell’Ovest) è lo spazio, più storico che geografico, in cui Nino Murineddu ha ambientato le vicende dei suoi meditabondi personaggi.

Giovani o avanti con gli anni, in tutti affiorano, pressanti e insoluti, i grandi interrogativi sul senso della realtà e sul valore della fede.

Mentre Murineddu sceglie la via del racconto e, quindi, quello dell’interposta persona (è evidente che più di un personaggio incarni però le ansie e le curiosità dell’autore), don Addis propone, a cuore aperto, riflessioni di pura teologia.

In una di queste, a proposito di Dio, si chiede a chi possa “esser dato permettersi di giocare con le cose e con gli esseri, con la fantasmagoria indicibile del creato, per poi abbandonarlo come un giocattolo rotto, un rifiuto ingombrante, all’eterna inesistenza”.

Una domanda che potrebbe portare al riconoscimento dell’inopportunità del nulla su cui l’essere costruisce il suo vero senso, la cui possibile risposta avvicina ancor più i due amici, il religioso e il sociologo narratore, malgrado percorsi di vita diversi, ma non per questo inconciliabili in senso assoluto.

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