«Assolti dopo 7 anni di amarezza»
di Tiziana Simula
I genitori di un bimbo autistico erano stati accusati di non aver impartito al figlio la dovuta educazione
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OLBIA. «Per noi è stata una via crucis, sette lunghi anni di sofferenza, rabbia e amarezza. L’assoluzione che volevamo e che stavamo aspettando dopo essere stati travolti da un’accusa insopportabile, quella di non aver educato come si deve il bambino, è arrivata: per mio figlio, io e mio marito c’eravamo allora, ci siamo adesso e ci saremo sempre». Oltre a esserne certi nel profondo della loro coscienza di aver sempre seguito e curato il proprio figlio affetto da disturbo dello spettro autistico, adesso c’è anche una sentenza del giudice di pace Pietro Denti che assolve una coppia di genitori olbiesi dall’accusa di lesioni colpose nei confronti dell’insegnante del bambino.
Nel febbraio 2014, quando lui aveva 8 anni e frequentava la terza elementare in una scuola della città, aveva fatto cadere la maestra che cercava di trattenerlo mentre correva per l’aula. La donna (a cui i medici avevano assegnato 15 giorni di cure), li aveva denunciati. Nel capo d’imputazione si contestava ai genitori di «non aver impartito al figlio la dovuta educazione al fine di contenere i comportamenti aggressivi verso se stesso e verso gli altri alunni e insegnanti».
Dopo quattro anni dall’inizio del processo, la maestra aveva deciso di ritirare la querela. Ma i genitori non avevano accettato. E avevano chiesto al giudice di essere processati. «Siamo stati accusati di non essere dei buoni genitori e vogliamo dimostrare il contrario. Fin dai primi segnali del disagio di mio figlio, io e mio marito abbiamo fatto di tutto per poterlo aiutare. Essere accusati di non avergli impartito la dovuta educazione, ci ha ferito e amareggiato profondamente. Vogliamo essere assolti», aveva detto la mamma in aula.
Quando successe il fatto, la condizione del bambino non era ancora certificata, ma era in fase di diagnosi. «Mancava la certificazione ufficiale, ma la maestra e la scuola erano al corrente dei problemi di mio figlio, sapevano che c’erano accertamenti in corso», spiega ancora la mamma.
All’apertura del processo, la maestra si era costituita parte civile. Il difensore dei coniugi, l’avvocato Giampaolo Murrighile, con in mano la certificazione medica, aveva presentato al giudice un’eccezione preliminare chiedendo il proscioglimento per la coppia. Il giudice aveva disposto la nomina di un consulente che accertasse la condizione del bambino. Perizia che, poi, non è stata eseguita perché la maestra aveva ritirato la querela. Il processo, come chiesto dai genitori, è andato avanti. In aula sono stati sentiti gli specialisti che hanno seguito il percorso diagnostico del bambino. E qualche giorno fa, è arrivata la sentenza di assoluzione “perché il fatto non sussiste”. «Una sentenza che li libera da un’ombra», commenta l’avvocato Murrighile. Nel frattempo il bimbo di 8 anni è diventato un adolescente di 16, frequenta un istituto superiore ed è seguito da due insegnanti di sostegno e un educatore. «Per noi era importante dimostrare che ciò di cui eravamo stati accusati non era vero».
Nel febbraio 2014, quando lui aveva 8 anni e frequentava la terza elementare in una scuola della città, aveva fatto cadere la maestra che cercava di trattenerlo mentre correva per l’aula. La donna (a cui i medici avevano assegnato 15 giorni di cure), li aveva denunciati. Nel capo d’imputazione si contestava ai genitori di «non aver impartito al figlio la dovuta educazione al fine di contenere i comportamenti aggressivi verso se stesso e verso gli altri alunni e insegnanti».
Dopo quattro anni dall’inizio del processo, la maestra aveva deciso di ritirare la querela. Ma i genitori non avevano accettato. E avevano chiesto al giudice di essere processati. «Siamo stati accusati di non essere dei buoni genitori e vogliamo dimostrare il contrario. Fin dai primi segnali del disagio di mio figlio, io e mio marito abbiamo fatto di tutto per poterlo aiutare. Essere accusati di non avergli impartito la dovuta educazione, ci ha ferito e amareggiato profondamente. Vogliamo essere assolti», aveva detto la mamma in aula.
Quando successe il fatto, la condizione del bambino non era ancora certificata, ma era in fase di diagnosi. «Mancava la certificazione ufficiale, ma la maestra e la scuola erano al corrente dei problemi di mio figlio, sapevano che c’erano accertamenti in corso», spiega ancora la mamma.
All’apertura del processo, la maestra si era costituita parte civile. Il difensore dei coniugi, l’avvocato Giampaolo Murrighile, con in mano la certificazione medica, aveva presentato al giudice un’eccezione preliminare chiedendo il proscioglimento per la coppia. Il giudice aveva disposto la nomina di un consulente che accertasse la condizione del bambino. Perizia che, poi, non è stata eseguita perché la maestra aveva ritirato la querela. Il processo, come chiesto dai genitori, è andato avanti. In aula sono stati sentiti gli specialisti che hanno seguito il percorso diagnostico del bambino. E qualche giorno fa, è arrivata la sentenza di assoluzione “perché il fatto non sussiste”. «Una sentenza che li libera da un’ombra», commenta l’avvocato Murrighile. Nel frattempo il bimbo di 8 anni è diventato un adolescente di 16, frequenta un istituto superiore ed è seguito da due insegnanti di sostegno e un educatore. «Per noi era importante dimostrare che ciò di cui eravamo stati accusati non era vero».
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