Astro Mari, il poeta olbiese che fece cantare il Reuccio
di Paolo Ardovino
Classe 1911, mozzo in Marina a 15 anni e poi paroliere dei big della musica italiana. Due finali a Sanremo e carriera a Roma. La figlia: «Ma la sua anima è rimasta qui»
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OLBIA. Un nome così non passa inosservato. Chi ha letto il cartello della via a lui intitolata in città si è chiesto di sicuro almeno una volta chi fosse. Ma quell’alone di fascino, Astro Mari se lo portava dietro anche quando era in vita. Lui, olbiese, era il poeta che metteva in rima i versi per la sua isola e il paroliere che faceva cantare l’Italia tra Sanremo e il sodalizio con Claudio Villa.
Giovane talento. Nasce a Terranova nel 1911, la voglia di avventura lo fa imbarcare come mozzo in Marina a soli 15 anni. E c’è da pensarlo, Astro Mari, da lì sempre legato al mare e chissà quante volte giocando con l’assonanza col suo cognome. Dal suono delle onde a quello delle note, capisce che la stella polare da seguire è la musica. Prima della penna impugna il clarinetto, lo fa a Napoli, tempio profano della canzone e dove conosce la sua guida spirituale, il poeta Libero Bovio. A Roma il suo estro comincia a essere richiesto e sono proprio le parole a consacrarlo: ha solo 25 anni quando firma “O mia vita” che musica Salvatore Allegra e interpreta Vittorio De Sica nel film “Amo te sola”.
Il successo. La sua produzione è sterminata, negli anni successivi bisogna pensarlo come l'autore sempre con lo sguardo fuori dalla finestra a cercare suggestioni e ispirazioni. Si stimano quasi 2.000 canzoni scritte da Astro Mari. Negli anni ’40 passa anche attraverso le censure di Mussolini, a maturità artistica acquisita arriva due volte in finale al festival di Sanremo, nel 1951 con “Sedici anni” cantata da Achille Togliani, nel 1957 con “La più bella canzone del mondo” con Gino Latilla e Nunzio Gallo. La seconda la canta anche Claudio Villa e proprio con il Reuccio della canzone italiana si forma un sodalizio artistico e personale unico che porta a brani di successo e stornelli in romanesco come “Pastorella sarda”. Ma la lista di interpreti per cui compone versi è sconfinata.
Il ricordo. Per gran parte della sua esistenza è stata Roma la sua casa fisica, ma a Olbia tornava spesso. «Non fece mai grandi acquisti immobiliari – racconta la figlia Elda – ma con i primi successi e i soldi della Siae per “Sedici anni”, che vendette molti dischi, è in Sardegna che decise di fare il suo primo e unico investimento. Due loculi al cimitero di Olbia (per lui e la moglie Zaira). E siccome era poeta fino in fondo li prese in alto in un punto in cui, diceva, la sua anima potesse vedere il mare». Lei, che qualche anno fa ha anche dedicato una biografia al padre, ricorda Astro Mari come un vero e proprio esteta amante «della bellezza. Sono stata fortunata perché educata alla bellezza dell’arte e della musica da lui. Sebbene non fosse laureato, era tanto intelligente e aperto. Da piccola a scuola le maestre mi facevano le lodi perché avevo visto i musei più importanti, le opere di Caravaggio e di grandi pittori. Merito della sua fede e della sua grande sensibilità artistica».
Giovane talento. Nasce a Terranova nel 1911, la voglia di avventura lo fa imbarcare come mozzo in Marina a soli 15 anni. E c’è da pensarlo, Astro Mari, da lì sempre legato al mare e chissà quante volte giocando con l’assonanza col suo cognome. Dal suono delle onde a quello delle note, capisce che la stella polare da seguire è la musica. Prima della penna impugna il clarinetto, lo fa a Napoli, tempio profano della canzone e dove conosce la sua guida spirituale, il poeta Libero Bovio. A Roma il suo estro comincia a essere richiesto e sono proprio le parole a consacrarlo: ha solo 25 anni quando firma “O mia vita” che musica Salvatore Allegra e interpreta Vittorio De Sica nel film “Amo te sola”.
Il successo. La sua produzione è sterminata, negli anni successivi bisogna pensarlo come l'autore sempre con lo sguardo fuori dalla finestra a cercare suggestioni e ispirazioni. Si stimano quasi 2.000 canzoni scritte da Astro Mari. Negli anni ’40 passa anche attraverso le censure di Mussolini, a maturità artistica acquisita arriva due volte in finale al festival di Sanremo, nel 1951 con “Sedici anni” cantata da Achille Togliani, nel 1957 con “La più bella canzone del mondo” con Gino Latilla e Nunzio Gallo. La seconda la canta anche Claudio Villa e proprio con il Reuccio della canzone italiana si forma un sodalizio artistico e personale unico che porta a brani di successo e stornelli in romanesco come “Pastorella sarda”. Ma la lista di interpreti per cui compone versi è sconfinata.
Il ricordo. Per gran parte della sua esistenza è stata Roma la sua casa fisica, ma a Olbia tornava spesso. «Non fece mai grandi acquisti immobiliari – racconta la figlia Elda – ma con i primi successi e i soldi della Siae per “Sedici anni”, che vendette molti dischi, è in Sardegna che decise di fare il suo primo e unico investimento. Due loculi al cimitero di Olbia (per lui e la moglie Zaira). E siccome era poeta fino in fondo li prese in alto in un punto in cui, diceva, la sua anima potesse vedere il mare». Lei, che qualche anno fa ha anche dedicato una biografia al padre, ricorda Astro Mari come un vero e proprio esteta amante «della bellezza. Sono stata fortunata perché educata alla bellezza dell’arte e della musica da lui. Sebbene non fosse laureato, era tanto intelligente e aperto. Da piccola a scuola le maestre mi facevano le lodi perché avevo visto i musei più importanti, le opere di Caravaggio e di grandi pittori. Merito della sua fede e della sua grande sensibilità artistica».
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