La Nuova Sardegna

Olbia

Tra storia e ambiente

Olbia, nuova vita con le ostriche per “Sa pischera de Bilianu”

di Antonello Sechi
Olbia, nuova vita con le ostriche per “Sa pischera de Bilianu”

Il regno di Pietro Lissia salvato dall’impegno di due donne. L’allevamento Tilusa e un piccolo ittiturismo conservano intatto un tratto di costa sfuggito al cemento

18 febbraio 2024
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Olbia. Tiziana Lissia e Graziella Cossu mostrano con orgoglio una delle ostriche cresciute negli ultimi due anni in “Sa pischera de Bilianu Lissia”. È grande, esuberante quasi. Se ci fosse un concorso per miss Ostrica, si può esserne ragionevolmente sicuri: conquisterebbe la corona della reginetta. Le due donne, cugine, famiglie originarie di Calangianus, stanno dando una nuova vita alla laguna a sud della città, raro tratto di costa senza cemento vicino al Lido del Sole, circa cento di ettari di acqua e terra da sempre un’area naturale ricca di volatili di ogni tipo e, soprattutto, di pesci, granchi, arselle e tanto altro, che hanno arricchito le mense degli olbiesi e, quando è arrivato Karim Aga Khan, anche della Costa Smeralda. Un magnifico pezzo di Gallura che conserva un aspetto di altri tempi e che ha permesso a Giuliano “Bilianu” Lissia – raccontano – «di crescere otto figli» e di trasmettere la sua arte a Pietro, il figlio che ha gestito la peschiera fino a pochi anni fa, quando l’età – ora è 86enne – lo ha spinto a rallentare.

«C’era il rischio che si perdesse quello che è anche un patrimonio culturale. Quando abbiamo cominciato è subito arrivato il Covid, siamo stati fermi per due anni ma poi siamo riusciti a partire» spiegano Tiziana e Graziella, mentre la seconda maneggia le ostriche sul tavolo della baracca che veglia sull’allevamento dove gli esemplari di Crassostrea gigas ritornano dopo le “coccole” previste dal ciclo di lavorazione. È così che Tiziana, figlia di Pietro Lissia, insieme alla cugina ha messo su l’allevamento Tilusa, una produzione di qualità affiancata da un piccolo ittiturismo che si affaccia sulla canaletta dove, a pochi metri di distanza, transitano i traghetti che accedono al porto di Olbia. E il luogo, con il passaparola è diventato la meta indimenticabile di affezionati olbiesi e di turisti avveduti.

«Queste sono acque di classe A», spiega Mario Virdis, il veterinario consulente dell’allevamento, mentre offre una sigaretta a “zio Pietro” che lo ascolta con orgoglio.

Se il meteo lo permette, Pietro Lissia non manca mai di fare un salto a Sa pischera. E, per chi ha la ventura di incontrarlo, è l’occasione per un viaggio affascinante tra i decenni, dall’Olbia povera dei “carrulanti” a quella rampante dei giorni nostri, passando anche per Silvio Berlusconi e Flavio Carboni che cercarono di acquistare da lui, zio Pietro, anche la sua parte dell’altra peschiera, poco più a sud vicino a Multa Maria, dove il Cavaliere voleva realizzare Costa Turchese. «Mi versò anche la caparra – sorride –, ma gli dissi di no: voleva che glielo cedessi per una cifra troppo bassa. Qualche tempo fa, prima di morire, mi ha chiamato per dirmi che gli dovevo dieci spigole, visto che lui era comunque proprietario di un pezzo dello stagno».

Zio Pietro, con il viso cotto dal sole di tanti giorni passati nella laguna, se glielo chiedi ti racconta la storia del posto. «Sono nato qui di fatto. Ci siamo dal 1950 quando Bilianu, mio padre, rilevò sa pischera insieme a un socio. Era nato a Olbia, in via Romana, ma la famiglia era originaria di Calangianus. Contadini diventati pescatori, diceva. Non è sempre stato così. Negli anni ’20 del Novecento, quando venne fatto il risanamento dei canali del rio Padrongianus, prelevarono qui la sabbia necessaria con un enorme escavatore. La laguna è nata così. A fare il risanamento, su indicazione del loro avvocato, Sensini, un socialista che il regime mandò al confino a Bitti, fu la famiglia Marzano, romana. Nel pacchetto, oltre ai soldi, ottennero dallo stato anche l’isola di Tavolara, mille ettari di Montalbo e 150 ettari a Tempio. Il primo a gestire la peschiera fu zio Raffaellico Bigi, altro socialista confinato. Lui ci mise le cozze ma morirono: l’acqua era troppo pulita, non c’era abbastanza carica organica. Bilianu e un socio entrarono partecipando a un bando. Mio padre dava il pesce alla cooperativa di via Nuoro. È morto nel 1975. Mia madre Annetta Degortes ha continuato a dirigere l’attività fino al 1997. Ho lavorato con lei, poi l’ho presa io. C’era molto fare, ogni anno bisogna aprire per il ricambio delle acque. Facevo anche il grossista di pesce e avevo aperto un ristorante a Porto Rotondo. Qui, oltre alle orate, avevamo soprattutto cefali. Abbiamo cominciato a produrre bottarga. Siamo stati i primi e posso dire che era molto apprezzata. C’erano anche tante arselle, 350 quintali all’anno, ma non le voleva nessuno: le pagavano pochissimo, nel golfo ce n’erano tante. Ora sono quasi sparite ovunque, anche qui. La depurazione delle acque della città e i lavori alla canaletta per l’ingresso delle navi nel porto hanno cambiato l’ecosistema. Oggi vediamo più spigole che cefali».

Il mare olbiese è cambiato ma Pietro Lissia non ha visto sparire il suo mondo. Grazie alle acque di classe A, Sa pischera de Bilianu Lissia, come viene indicata anche nei toponimi, è diventata l’ambiente perfetto per l’allevamento delle ostriche, oltre che l’habitat di molte specie di pesci. Qualcuno doveva prendere in mano le redini, però. La soluzione è stata trovata in famiglia, con Tiziana e Graziella. E così questo pezzo d’Olbia con l’aspetto di altri tempi può andare avanti.

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