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Il caso

Olbia, malasanità al pronto soccorso: «Referto non reale, mai fatti gli esami elencati»

di Stefania Puorro
Olbia, malasanità al pronto soccorso: «Referto non reale, mai fatti gli esami elencati»

La denuncia di due donne di 40 anni: «Situazione incredibile»

18 marzo 2024
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Olbia. «Quando abbiamo letto il referto che ci era stato consegnato al pronto soccorso siamo rimaste senza parole: nonostante si parlasse di “addome trattabile” non eravamo state visitate, non ci avevano neppure auscultato i polmoni nonostante fosse stato scritto che avevamo “una buona entrata d’aria bilaterale con soffio vescicolare conservativo” e non ci era stato nemmeno fatto un esame dell’urina. Ma nel referto, invece, c’era scritto testualmente che risultava “una positività alle urine e alla catarcisi”. Che cos’è la catarcisi? Pare che non esista». A parlare di un ennesimo caso di malasanità sono state due amiche quarantenni, vittime di un incidente stradale lo scorso 6 marzo. Una di loro, Maria, si trovava alla guida, mentre Franca era al suo fianco. In un incrocio hanno urtato una macchina che non si è fermata allo stop e subito dopo hanno deciso di andare al pronto soccorso del Giovanni Paolo II.

La storia. Parla Maria: «Siamo arrivate nel reparto di emergenza urgenza alle 15,30. Un’infermiera ci accoglie, ci misura la pressione e poi un medico sudamericano ci chiede che cosa avessimo. Gli parliamo dell’incidente e aggiungiamo che ci fanno male il collo e la spalla. A quel punto ci sediamo nella sala d’attesa e dopo due ore e mezzo veniamo sottoposte a una radiografia. Passano altre tre ore e alle 21,22 decidono di dimetterci. Un altro medico, sempre sudamericano, ci dice che non abbiamo bisogno di una visita ortopedica e consegna il referto a Franca. Poi, davanti ai nostri occhi, fa un “copia e incolla” per me e ci comunica che non riesce a stamparlo in quella stanza e va da un’altra parte. Con i nostri due referti assolutamente identici torniamo a casa ma quando, con calma, andiamo a leggere cosa ci fosse scritto, rimaniamo di stucco. A parte la radiografia, non eravamo state sottoposte agli esami e ai controlli elencati. Non solo. Non ci era stato assegnato alcun giorno di riposo e non era stata stabilita nessuna terapia farmacologica. Eppure noi eravamo doloranti».

Il giorno dopo. Maria e Franca, il 7 marzo, decidono di rivolgersi direttamente a un ortopedico dell’ospedale «e finalmente veniamo visitate. Lo specialista osserva attentamente anche i risultati dell’esame diagnostico e fa la diagnosi: Franca ha subito una verticalizzazione della colonna cervicale e le viene assegnata una prognosi di 20 giorni. Deve poi indossare un collare morbido per dieci giorni, prendere farmaci e sottoporsi ad alcune sedute di fisioterapia. Anche a me – continua Maria – viene assegnata una prognosi di 20 giorni ma io devo portare il collare morbido per 7 giorni a causa di una forte contrattura, seguire una terapia farmacologica e fare fisioterapia».

Di nuovo al pronto soccorso. «Con una diagnosi precisa e completa siamo allora tornate al pronto soccorso cercando il medico che ci aveva dimesso. Lo troviamo e a lui chiediamo quindi di eliminare dal referto che ci era stato rilasciato gli esami e le visite elencati ma mai eseguiti. “Mi dispiace – ci risponde – non posso modificare il referto. Io vi ho dimesso, ma dobbiamo attendere il collega che lo ha scritto”. Gli comunichiamo che non avevamo nessuna intenzione di aspettare e così diciamo che se fossimo andate via da lì, saremmo andate a presentare una denuncia. A quel punto la frase che ci siamo sentite dire ci ha veramente spiazzate. “Va bene. Che cosa devo eliminare? L’addome morbido lo posso lasciare?”. Assurdo, sembrava quasi una barzelletta. Tanto che ironicamente – conclude Maria –, ho risposto in questo modo: “No no, l’addome morbido lo avrà lei. I miei addominali sono ben sviluppati”. Alla fine siamo tornate a casa con un “nuovo” referto basato sulle indicazioni e sulla diagnosi fornite dall’ortopedico. Ma questa è una situazione che ha dell’incredibile e ci chiediamo come possano succedere fatti simili. E se avessimo riportato conseguenze ancor più gravi? Meglio non pensarci».

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