Aggius, rivive lo stazzo della memoria: «Non diventerà Costa Smeralda»
Al Muto di Gallura, nelle campagne di Fraiga, il tempo si è fermato. La sfida di Gianfranco e Caterina Serra: tessere con i telai secolari di famiglia
Aggius. «Mai e poi mai pianterò qui l’erbetta all’inglese: questo vecchio stazzo ha un’identità, custodisce la storia della mia famiglia e per niente al mondo diventerà un pezzo qualunque di Costa Smeralda». L’ultimo dei mohicani è Gianfranco Serra, 66 anni, imprenditore agricolo e turistico di Aggius, nel cuore della Gallura, un pioniere coraggioso e visionario nel suo mondo fatto di duro lavoro in campagna e grandi progetti per salvare la memoria degli stazzi dall’oblio e dalla modernità che cancella l’anima dei luoghi sotto un praticello rasato all’inglese. La sua è l’ultima battaglia, la più temeraria: fermare il tempo. La crociata per difendere le tradizioni della propria terra è un’impresa ardua. Difficile riuscirci, ma anche soltanto battersi riempie il cuore d’orgoglio. E allora nello stazzo di Fraiga, nelle campagne alle porte di Aggius, come per un miracolo, oggi si vive, si mangia e si lavora quasi come cento anni fa, fatte naturalmente le necessarie concessioni alle comodità del turismo contemporaneo. Persino si ricomincia a tessere con i telai eredità di una storia che non finisce mai. Sommerse tra tappeti colorati, bertule e gomitoloni di lana ci sono Caterina, 35 anni – figlia di Gianfranco e di Franceschina, che non c’è più – e Ivana Cabras. Il battito sordo dei loro telai scandisce nuovamente il tempo nello stazzo, ed è un tempo che scorre lento, dando la possibilità di osservare il bello che c’è intorno. Compreso il silenzio.
È l’immagine romantica dei figli che riprendono in mano il filo di una vita che continua anche dopo i nonni, i padri e le madri. Dal 1987 un buona parte dello stazzo della famiglia Serra Lepori Littranga (perché da queste parti un solo cognome non basta per identificare una gens) è diventato un agriturismo oggi conosciuto e apprezzato in mezzo mondo, “Il muto di Gallura”. Tra storia e leggenda, un nome che evoca la memoria di una terra aspra dove si sono intrecciate passioni familiari e faide sanguinose. Oggi Gianfranco Serra – che di Sebastiano Tansu, il Muto di Gallura, è discendente – spinge ancora più sull’acceleratore della memoria e davvero in mezzo a quella selva di sughere il tempo sembra essersi fermato. Le vecchie mura trasudano decenni di vita e di storia, dappertutto arnesi da lavoro e animali da cortile: cani, gatti, galline, piccoli e grandi maiali. Dentro le casette c’è il racconto di un piccolo mondo antico che ancora sopravvive, un personalissimo museo etnografico con mille carte, appunti, fotografie, attrezzi e oggetti disparati, ognuno custode di una storia e di un segreto.
Soprattutto ci sono i vecchi telai per la tessitura, eredità di famiglia proveniente dal vicino stazzo di Fiminaltu, sempre ad Aggius, dove le zie Mattia e Chiarina Lepori hanno passato tutta la loro vita a tessere tappeti meravigliosi e sogni che non si realizzano mai. L’immaginazione corre veloce e lontano, rapisce e travolge, In giro si respira un’aria di “resistenza culturale” che ancora affascina i sardi i turisti più intraprendenti, a caccia di una Sardegna diversa. Prima di fermate il tempo nello stazzo di Fraiga, Gianfranco Serra ha vissuto una vita a dir poco avventurosa. Aveva provato a studiare all’Università di Sassari, facoltà di Lingue, ma senza successo. Poi ha cominciato a lavorare, facendo affari in continente con la vendita delle pelli di volpe. Una storia che sembra uscita da uno dei romanzi migliori di Jack London, ma che poi ripiomba bruscamente in Gallura dopo uno scambio di opinioni con la guardia di finanza di Cernobbio che lo riteneva un contrabbandiere.
Certo è che Gianfranco torna in Gallura, ad Aggius, con un po’ di soldi e compra 29 capre. È la decisione della vita. Nasce l’azienda agricola che trova casa in un terreno a Fraiga, lasciato da un suo zio, Francesco Serra, proprio attaccato a quello del nonno. Nel 1987 l’azienda diventa un agriturismo, “Il Muto di Gallura”, uno sguardo verso il futuro, ma la visione è sempre quella di un turismo non elitario e non esotico, capace di dare vita ai paesi dell’interno che rischiano lo spopolamento, valorizzando le tradizioni e le eccellenze locali. «Con mia figlia immaginiamo un’altra Sardegna – racconta – rispettosa della cultura, delle tradizioni secolari, delle storie della nostra gente. Caterina ha imparato a tessere e sta utilizzando gli antichi telai di famiglia: visitatori e turisti restano incantati e pagano bene, il giusto, i suoi lavori. Era un’attività che stava scomparendo e che oggi rinasce a nuova vita grazie a Caterina e Ivana che arricchiscono la produzione con la loro fantasia e innovazione. La vita nello stazzo continua. Per questo dico che questo luogo deve restare così, pieno di vita e di memoria, senza compromessi, come voleva mio nonno. Davvero qui non c’è posto per un bel prato all’inglese».
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