La Nuova Sardegna

Olbia

La storia

L’addio a Francesca Loi, la grande maestra dei dolci sardi. L’Aga Khan fra i clienti più affezionati

di Stefania Puorro
L’addio a Francesca Loi, la grande maestra dei dolci sardi. L’Aga Khan fra i clienti più affezionati

Originaria di Lula si è spenta a 85 anni, il ricordo della figlia Lina: «Non si toglieva mai il grembiule»

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Olbia Nel grembiule che non si toglieva mai – nemmeno per uscire a fare una commissione o salire in macchina  – c’era tutto il mondo di Francesca Loi. Non era solo un accessorio da lavoro, ma qualcosa di più profondo, quasi una seconda pelle che raccontava chi era davvero: un gesto quotidiano, silenzioso, che rifletteva una dedizione radicata e una passione autentica. Per Francesca, la pasticceria non era un mestiere: era la vita. Una vita che si è spezzata il 19 luglio scorso, a 85 anni, lasciando un vuoto profondo a Olbia, città che sentiva sua, che l’aveva accolta dalla Barbagia con affetto, e dove aveva costruito - con fatica, passione e tenacia - una storia che profuma di zucchero, mandorle e forno acceso.

Una storia cominciata molto prima. Era il 1967 quando Francesca, originaria di Lula, aprì la sua pasticceria a Bitti, dove nacque anche la figlia Lina. Rimase lì fino al 1971, per poi trasferirsi definitivamente a Olbia il 1° aprile 1973 insieme alla sorella Maddalena. Prima ancora, viveva a Lula, il paese natale, e aveva già coltivato da bambina la passione per la pasticceria giocando a “fare la pasticcera”. Quella che era nata come una passione infantile è diventata presto un lavoro.

«Mamma ha trasformato un hobby in un’arte - racconta la figlia Lina, oggi erede della sua attività -. Quando era incinta di me, vivevamo ancora a Bitti e proprio di fronte a “sa ucca de s’urru”, la bocca del forno, le vennero le doglie. Prese un taxi e andò a partorire all’ospedale di Nuoro. Poco dopo ci trasferimmo tutti a Olbia».

Lì, nel cuore di una città in pieno fermento, con la Costa Smeralda che cominciava a crescere, le due sorelle aprirono la loro prima pasticceria in via Vespignani. Poi, dopo vent’anni, le strade si divisero. Francesca aprì la sua attività nel quartiere di Sa Minda Noa, sotto casa, e le diede un nome che raccontava tutto: “Loi e figli”, oggi diventata Pasticceria Lina Loi. Un’evoluzione naturale, ma sempre fedele allo spirito originale. Nel laboratorio, Francesca era una forza della natura. Precisa, instancabile, pignola quanto bastava per non mandare mai in vendita un dolce imperfetto. «Ogni amaretto doveva essere esattamente come lo voleva lei, altrimenti non usciva dal laboratorio» racconta Lina. Eppure, non era solo una maestra dell’impasto. «Mamma era anche una comunicatrice nata, sapeva trasmettere la sua passione con il sorriso. Conquistava i clienti con parole semplici e un entusiasmo contagioso. Si faceva voler bene da tutti».

Francesca non considerava la pasticceria solamente un lavoro. Dopo una tragedia familiare (la perdita del primo figlio) trovò proprio nell’impegno quotidiano e nella dedizione alla sua arte un modo per non crollare. «Ogni dolce diventava un modo per rimettere insieme i pezzi», racconta Lina. E così, giorno dopo giorno, continuava a svegliarsi presto, a impastare, a infornare, a camminare fino al centro, se necessario, per portare i dolci alle sorelle Terzitta titolari di un negozio in piazza Regina Margherita, che li rivendevano con orgoglio. Accanto a lei c’era il marito, che da pastore lasciò la campagna per lavorare in pasticceria. Non come aiutante, ma come compagno di squadra. «Facevano tutto insieme – dice Lina – : il lavoro, la casa, i figli, la scuola. Mio padre era un uomo pratico, già abituato alla cucina e all’organizzazione. E con mamma si davano il cambio in tutto». Francesca era legatissima alle sue radici barbaricine, e non ha mai tradito la tradizione, ma sapeva ascoltare. Quando capì che i galluresi preferivano il dolce al salato, trasformò le formaggelle tipiche della Barbagia, che erano salate, in piccole meraviglie dolci. Nei momenti più difficili, come durante le crisi economiche, seppe reinventarsi con creatività, proponendo frittelle lunghe, origliette e anche pasta fresca, senza mai perdere l’identità della sua pasticceria. I suoi dolci, rigorosamente fatti a mano, hanno fatto il giro del mondo: richiesti dal principe Aga Khan, ordinati da Silvio Berlusconi per i suoi eventi privati, scelti da imprenditori del Nord Italia che ancora oggi, dopo la sua scomparsa, chiamano Lina per stringersi a lei con affetto e gratitudine.

Non erano solo dolci: erano frammenti di Sardegna impastati con cura e dedizione. «Io ho lavorato con lei per 35 anni - prosegue la figlia -. Ho il suo carattere, il suo modo di fare, la sua precisione. Porterò avanti questa pasticceria con la stessa grinta e lo stesso amore. Mamma mi ha lasciato una dolce eredità, che custodirò con orgoglio». E mentre Lina entra ogni giorno nel laboratorio che oggi porta il suo nome, tra il profumo dei savoiardi fatti ancora uno a uno, appeso da qualche parte c’è ancora quel grembiule, il grembiule di Francesca. A ricordare che lei c’è ancora. Nelle mani di chi impasta. Nel forno che si accende. Nelle vetrine colme di dolci. E soprattutto, nel cuore di chi l’ha conosciuta.

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