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Olbia

Corte d’assise

Uccise il padre a bastonate, il procuratore Capasso: «Trent’anni di reclusione»

di Tiziana Simula
Uccise il padre a bastonate, il procuratore Capasso: «Trent’anni di reclusione»

La richiesta dell’accusa per il 29enne di Arzachena Michele Fresi

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Arzachena Trent’anni di reclusione, col riconoscimento delle attenuanti. È la condanna chiesta oggi 16 settembre alla Corte d’assise di Sassari dal procuratore Gregorio Capasso per Michele Fresi, il 29enne accusato di aver colpito e ucciso con una mazza in legno suo padre Giovanni, orafo di Arzachena. Nella sua requisitoria il procuratore si è soffermato in maniera particolare sull’aspetto umano e ha valorizzato la figura della vittima, che era il punto di riferimento per il giovane imputato. «Se ci fosse stato il padre oggi qui, gli avrebbe teso una mano, lo avrebbe perdonato», ha detto Capasso. Che ha aggiunto. «È un omicidio senza movente. Non chiedo l’ergastolo». Michele Fresi, difeso dall’avvocato Pierfranco Tirotto, è accusato di omicidio aggravato dal vincolo parentale, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali gravissime. Nella notte di follia tra il 27 e il 28 dicembre 2023 dopo aver assunto massicce dosi di acidi e cocaina e in preda alle allucinazioni, aveva ucciso suo padre Giovanni e aggredito un’amica, Sofia Maria Vasiliu, e due carabinieri, Giulio Cau e Michel Tazioli. I due militari erano stati colpiti mentre cercavano di fermarlo. Il procuratore li ha ringraziati per essere intervenuti, con spirito di servizio, a tutela della comunità.

L’udienza davanti alla Corte d’assise, presieduta da Massimo Zaniboni, si è aperta con la requisitoria del pubblico ministero Milena Aucone che ha ricostruito, momento per momento, tutto ciò che è accaduto quella notte: dall’aggressione all’amica, avvenuta all’interno della sua abitazione, in via Adua, la prima ad essere stata colpita da Michele, fino al momento in cui aveva sferrato i colpi mortali contro il padre, che era andato riprenderselo per strada come aveva fatto tante altre volte in passato. La pm si è soffermata anche sull’esito della perizia psichiatrica che ha accertato che il giovane fosse capace di intendere e di volere al momento del fatto. «Il movente c’è, eccome. I sei colpi sferrati contro Giovanni Fresi sono la prova del dolo intenzionale. Ci aspettavamo la richiesta di ergastolo», ha detto l’avvocato Massimo Schirò che assiste la compagna della vittima, Anna Maria Cudoni, costituita parte civile nel processo. Tutte le parti civili hanno chiesto alla Corte il riconoscimento della responsabilità penale del 29enne.

«La mia assistita ha rischiato la vita – ha detto l’avvocato Giampaolo Murrighile che assiste Sofia Maria Vasiliu – Lei stessa quando è stata sentita in aula ha detto che voleva bene a Michele. E più volte è stata invitata a guardare verso la Corte perché rivolgeva continuamente il suo sguardo alla sbarra per incrociare gli occhi dell’imputato. Michele Fresi ha fatto del male alle persone che più voleva bene: ha ucciso il padre e ha messo in pericolo la vita della sua migliore amica». L’avvocato di parte civile Jacopo Merlini che rappresenta uno dei due carabinieri rimasto ferito quella notte, Giulio Cau, si è soffermato sull’aspetto dell’imputabilità e sui due reati contestati a Michele a Fresi per quanto riguarda il suo assistito, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni gravissime, sottolineando il forte senso del dovere del carabiniere (prossimo alla pensione) che non si è risparmiato nello svolgimento del servizio nonostante le profonde ferite riportate. Altrettanto ha evidenziato l’avvocato di parte civile Fabiano Baldinu che assiste insieme alla collega Valentina Gobbi, l’altro carabiniere, Michel Tazioli, anche lui rimasto ferito.

Il processo proseguirà il 23 settembre. La parola passerà al difensore dell’imputato. Si ritornerà in aula il 7 ottobre per eventuali repliche e in quella giornata è attesa la sentenza. Sentito nel corso del processo, Michele Fresi aveva detto di non ricordare di avere ucciso suo padre. «Avevo preso dieci francobolli di Lsd e stavo molto male, allora ho preso la cocaina per placare il mio malessere ma anziché stare meglio, mi ha fatto ancora più male e da quel momento non ricordo più nulla», aveva detto in aula. 

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