Olbia, per la gestione dell’ictus un percorso spezzato: «Qui si perde tempo»
La denuncia della Cgil: «Il paziente arriva al pronto soccorso, ma poi deve essere trasferito al Mater»
Olbia Un uomo di circa 40 anni entra in ospedale per un sospetto ictus. È giovane, arriva in tempo, potrebbe farcela. Viene sottoposto a tutti gli esami necessari al Giovanni Paolo II, poi trasferito al Mater, quindi a Sassari, infine a Cagliari. «Un viaggio dentro una patologia che non ammette tappe intermedie. Oggi quell’uomo è invalido e ha presentato una denuncia». Un caso, avvenuto un anno e mezzo fa, che la Cgil richiama come «uno degli esempi che hanno contribuito a riportare l’attenzione sulle criticità organizzative nella gestione dell’ictus a Olbia».
L’ictus è una patologia tempo-dipendente. La letteratura scientifica internazionale e le principali linee guida cliniche concordano su un punto: “ogni minuto di ritardo nel trattamento comporta la perdita irreversibile di milioni di neuroni e riduce drasticamente le possibilità di recupero funzionale. Per questo motivo, la gestione dell’ictus acuto si basa su percorsi di emergenza standardizzati, progettati per portare il paziente alla diagnosi e alla terapia nel più breve tempo possibile, idealmente entro 30-60 minuti dall’ingresso in ospedale”. «Il percorso corretto – spiegano Danilo Deiana, segretario generale della Cgil Gallura, e Jessica Cardia, segretaria territoriale della Cgil Funzione Pubblica Nord Est – prevede che il paziente con sospetto ictus venga accolto in pronto soccorso, valutato immediatamente da un team esperto, sottoposto a Tac e, se indicato, avviato al trattamento senza interruzioni. Non si tratta di modelli teorici, ma di pratiche consolidate in molte realtà sanitarie italiane ed europee, dove l’organizzazione del percorso è parte integrante della cura». A Olbia, però, secondo il sindacato, questo assetto risulta frammentato. «Il paziente arriva al pronto soccorso dell’ospedale Giovanni Paolo II, dove vengono effettuati gli accertamenti diagnostici, ma in assenza di una stroke unit deve essere trasferito al Mater. Un passaggio che comporta l’attesa dell’ambulanza, quando non è presente sul posto, e un inevitabile allungamento dei tempi. Ritardi che, nel caso dell’ictus, potrebbero anche tradursi in danno permanente. Nelle fasi iniziali, infatti, esiste un’area cerebrale potenzialmente recuperabile, che può essere salvata solo se il flusso sanguigno viene ripristinato rapidamente: più il trattamento viene ritardato, più questa area si riduce fino a trasformarsi in lesione irreversibile. A Sassari o Cagliari, dove i pazienti non devono essere trasferiti, i tempi di trattamento risultano più rapidi. «A parità di patologia – sottolineano dalla Cgil – a Olbia lo stesso paziente rischia di ricevere la terapia in ritardo. Non perché qualcuno sbagli, e questo è bene rimarcarlo, ma perché il percorso è strutturalmente inadeguato».
Dagli ambienti interni dell’ospedale Giovanni Paolo II, però, filtra una lettura diversa. Secondo quanto viene riferito, il percorso dell’ictus non sarebbe spezzettato e la rete funzionerebbe in maniera coordinata. L’unico tempo aggiuntivo, rispetto ai presidi dotati di stroke unit, sarebbe rappresentato «dai circa dieci minuti necessari per il trasferimento in ambulanza dal Giovanni Paolo II al Mater». Tempi che, sempre secondo fonti ospedaliere, non comprometterebbero l’efficacia dell’intervento, anche perché in molti casi «la terapia viene avviata già in pronto soccorso, su indicazione diretta degli specialisti della stroke unit del Mater». Ciò che desta preoccupazione, piuttosto, è un possibile scenario futuro: la notizia secondo cui il Mater, anche se non ci sono conferme ufficiali, potrebbe a breve perdere il radiologo interventista. Un’eventualità che rischierebbe di depotenziare la stessa stroke unit e, di conseguenza, l’intera rete di risposta per una patologia in cui il fattore tempo resta determinante. Una criticità, quella dell’organizzazione dell’ictus in Gallura, che non è nuova. Già nel 2024 l’ex assessore regionale alla Sanità Bartolazzi aveva evidenziato l’incongruenza di una stroke unit collocata in un ospedale privo di pronto soccorso, sottolineando come una simile configurazione fosse incompatibile con la gestione dell’ictus acuto. «In quell’occasione – chiudono Danilo Deiana e Jessica Cardia – era stato assicurato un intervento regionale, ma la situazione, ad oggi, non risulta cambiata. E finché il sistema resterà fragile, ogni sospetto ictus continuerà a trasformarsi in una corsa contro il tempo».
