Intellettuali sardi in rivolta: «Alcuni Comuni fanno solo eventi culturali di facciata» – Ecco la black list
Sotto accusa soprattutto le località costiere «convinte di essere al top»
Aggius I firmatari sono sette, ma il numero potrebbe sensibilmente aumentare se la loro lettera aperta indirizzata ai responsabili della cultura nei Comuni sardi diventasse una sottoscrizione. Si qualificano come «un gruppo di laureati, appassionati studiosi e scrittori, che da anni dedicano tempo, energie e passione alla stesura di libri sulla storia, l’identità, la cultura, la lingua e l’antropologia della Sardegna, con particolare attenzione alle vicende e alla lingua sardo-gallurese. «Lo facciamo – chiariscono – non solo per passione, ma anche e soprattutto per amore della nostra terra e con l’obiettivo di trasmettere, alle nuove generazioni, la memoria, il carattere e le vicende del nostro popolo nelle sue diverse manifestazioni socio-antropologiche e varietà linguistiche».
I firmatari e la denuncia
Gli estensori della lettera aperta sono Andrea Muzzeddu, Battista Serra, Francesco Carbini, Gian Mario Spezzigu, Giovanni Piseddu, Giovannino Lepori e Zelindo Pucci, nomi noti del mondo culturale del nord dell’isola. Insieme hanno deciso di prendere carta e penna per denunciare una situazione che definiscono negativa e umiliante. «Si tratta della difficoltà, spesso avvilente, di ottenere ascolto e accoglienza in alcuni Comuni sardi della nostra riviera. In queste località, a prevalenza turistica, capita che quando proponiamo la presentazione di uno dei nostri lavori, ci troviamo di fronte a un vero e proprio percorso a ostacoli fatto di rinvii, silenzi, scuse vaghe e promesse di accoglienza non mantenute. A volte siamo costretti a chiedere l’intervento di amici affinché “intercedano” per noi. È un’esperienza che ci mortifica non poco, perché trasforma una semplice richiesta culturale in una supplica».
Comuni accoglienti e Comuni ostili
Si potrebbe dire che nessuno è profeta in patria, ma, nel loro caso, non sarebbe proprio così, perché ci sarebbero Comuni più accoglienti e altri indifferenti, se non ostili. «In alcune di queste località, convinte di essere al top, si preferisce invitare quasi esclusivamente scrittori provenienti dal “continente italiano” piuttosto che sardi, convinti che un nome noto o un accento diverso dal nostro, sia garanzia di prestigio e di sicura affluenza del pubblico. Accade così che anche chi non conosce la Sardegna venga invitato a parlarne, mentre chi la vive e la studia venga ignorato, o quasi; capita anche che chi giunge “da fuori” venga accolto con onori e con garanzia di vitto e alloggio, mentre “l’intellettuale sardo” non solo deve recarsi sul posto a sue spese ma, se davvero vuole far conoscere la sua opera, deve raccomandarsi per ottenere un’ora di accoglienza e spazio disponibile».
Ci sarebbe, allora, una black list (quella dei Comuni che, incuranti dei talenti locali, privilegiano i nomi “grossi”) e un elenco, fortunatamente non corto, di centri più sensibili e, per così dire, accoglienti. «Citiamo per tutti il comune di Badesi che, attraverso il sindaco, l’assessore alla Cultura e la bibliotecaria, accoglie gli autori sardi (e non sardi) con rispetto, apertura e cura, perché in questo comune la cultura non viene considerata come una semplice vetrina da mostrare al turista di passaggio, ma come un normale, e dovuto, servizio alla comunità, inclusi i visitatori del centro giunti in loco per un periodo di ferie. A Badesi, come avviene ad Aggius, Palau, Santa Teresa, Sorso, Viddalba, Trinità d’Agultu, Cannigione, Santa Maria Coghinas, Calangianus e altri pochi ancora, non ci sono distinzioni tra autori noti o meno noti, ma si guarda il valore del contenuto del libro che si vuole presentare, indipendentemente dal nome dell’autore».
All’elenco non ristretto dei Comuni meno ospitali apparterrebbero località insospettabili: «Ad esempio, Castelsardo, dove da ben cinque anni le nostre richieste sono state rinviate, ignorate o respinte senza una motivazione chiara. Un atteggiamento ripetuto che abbiamo registrato a Budoni, Olbia, Arzachena, Loiri e altre località a forte impatto turistico. Questo modo di fare è la conseguenza di una scelta pseudoculturale, che privilegia eventi di immagine e ospiti di richiamo, con l’illusione di fare un salto di qualità. I Comuni che la applicano sono l’esempio di come la cultura possa diventare uno strumento di mero vassallaggio turistico, anziché un bene al servizio di tutta la comunità».
