I migranti-pellerossa, De André e la sardità del futuro
L'OPINIONE - L’intuizione del cantautore: per poter divenire sardi bisogna smettere di esserlo, diventare indiani. Come gli oppressi che sbarcano sulla nostra isola “pura”
Quando Fabrizio De André pubblicò, nel 1981, l'album conosciuto come L'Indiano, sembrò aver intuito qualcosa di più di una corrispondenza, di una semplice analogia, tra il popolo sardo e il popolo dei pellerossa. Si trattava di scegliere la Sardegna, qualcosa di molto differente dall'esserci nati: «Sono molto più sardo – scriverà più tardi – di chi essendo nato per caso in Sardegna ha scelto di vivere a Roma». È come se avesse detto: è sempre una questione di divenire, e non di essere; di differenze, e non di identità. Non c'è, cioè, un divenire-sardo senza che anche il sardo non cessi, contemporaneamente ed a sua volta, di divenire altro da sé, di divenire-indiano, divenire-pellerossa. Non si diviene qualcuno o qualcosa, senza che questo qualcosa non divenga, al contempo, altro. Per questo essere sardo non conta nulla, conta solo il divenire-sardo, che è sempre un divenire-altro da sé, farsi pellerossa, l'altro da sempre “disparente” (vanishing, è il bel termine di Fiedler). Non si è mai trattato, per De André, di “descrivere” una terra e le sue tradizioni, ma, lo si ripete, di farla divenire altra da sé. È il divenire-sarda della Sardegna, una cosa molto diversa.
Il punto, che movimenti “indipendentisti” hanno spesso trascurato, è dunque, anzitutto, questo: bisogna smettere di essere sardi, per poterlo divenire. E non si diviene-sardi senza passare per un divenire-indiani, per la perdita della propria identità. Non è una rivendicazione di una presunta identità che si può contrapporre alla dominazione, al potere: fa parte della stessa logica della riserva, quella di inventare una propria identità locale, una tradizione, dei “prodotti tipici”. Quello sardo deve diventare un popolo ancora a venire: un popolo-minore, che diviene, e non un popolo che semplicemente “è”. C'è un secondo aspetto: non c'è nessuna lingua “originaria” da recuperare. Il colonialismo, certamente, è ancora e anzitutto linguistico, una glottofagia.
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Ma se i vinti sono coloro a cui è stata tolta la parola, allora essi non hanno mai avuto davvero una propria lingua, non hanno mai davvero parlato. Non c'è passato: la lingua del popolo sardo è sempre ancora da venire, è ancora tutta da sperimentare, da creare. Se si continuerà a cercare una lingua sarda, come se essa esistesse già, da sempre, essa non sarà mai altro che una “pura astrazione” (o, peggio ancora, una lingua folklorizzata, lingua delle riserve indiane, resa completamente innocua). Il sardo diverrà una lingua solo come qualcosa che si inventa, si impegna in una lotta, in una pratica di un uso minoritario dell'italiano – il sardo sarà il divenire-minore dell'italiano, il suo uso non più come linguaggio egemonico, letterario e poi burocratico, della borghesia nazionale. Un nuovo “indipendentismo” sardo, forse, dovrebbe ricominciare da qui, da questi due movimenti: (a) il divenire-sardo – che è sempre un cessare di essere sardo – è il divenire-indiano del sardo, dunque contro il recupero della tradizione, o di un'identità; (b) il divenire-minore della lingua italiana, divenire-sardo dell'italiano (dunque contro la conservazione di una “lingua sarda”, ma per l'invenzione di un nuovo italiano).
Chi sono gli indiani, oggi? Verso dove ci trascina questo divenire altro da noi stessi? Non vogliamo vederlo, ma lo abbiamo sotto gli occhi: un popolo di oppressi, colonizzati, cacciati via dalle proprie terre, e che ora è giunto anche qui, privo di diritti. Questo popolo, prima o poi, si rivolterà. Ed è alla sua rivolta, che è la nostra rivolta, che dobbiamo guardare. Se ci sarà un divenire-sarda della Sardegna, esso sarà inseparabile, nei prossimi decenni, dal divenire-nera di questa isola “pura”, da una lotta condotta insieme ai neri. Possiamo difendere “casa” nostra, essere “maggioranza”, applicare le leggi dello Stato italiano – le sue politiche di crimmigration e di “accoglienza”. Oppure possiamo divenire finalmente un popolo minore, divenire-sardi, ma ciò non può avvenire senza, al contempo, divenire-negri, divenire i nuovi pellerossa, e lottare con loro per inventare una nuova legge “fuori-legge”.
* Ricercatore di Filosofia del diritto
Dipartimento di Giurisprudenza di Sassari
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