Il vicino “brava persona” che diventa carnefice è frutto del regresso sociale
L'OPINIONE - L’assurdo delitto di Capoterra suscita orrore e sgomento
Ora il “male” si annida tra le pieghe della quotidianità
Se il nemico è il vicino. Il delitto di Capoterra suscita orrore e sgomento sia per la crudeltà e per la violenza, che disvelano il male annidato tra le pieghe della quotidianità, sia per il movente, agghiacciante per la sua banalità e assurdità: i versi di un pappagallo, percepiti come insulti e ingiurie da lavare col sangue. Stando ai resoconti dei cronisti che hanno seguito il caso, sarebbe all’origine dell’esplosione di odio insensato che ha spinto l’assassino a seguire i passi della sua vicina di casa - una moglie, una madre - con un coltello a serramanico, accanendosi furiosamente su di lei con undici fendenti.
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Emerge dalle cronache di questi giorni il racconto di una relazione di vicinato malata, fatta di liti, ripicche, offese reciproche, che hanno fatto scoppiare la rabbia omicida di un uomo descritto dai vicini come una “brava persona”, uno che ‘non faceva male a nessuno”. Una persona apparentemente normale, come lo erano Olindo e Rosa, i due coniugi condannati per la strage tristemente famosa del paese di Erba, onesti lavoratori e irreprensibili cittadini, che posero brutalmente fine alla vita di quattro persone, tra cui un bambino di due anni, solo perché non sopportavano il rumore dei suoi giochi e la chiassosa animazione che circondava il capofamiglia, un immigrato, un tunisino, per di più di condotta spericolata Azouz Marzouk. Di cui, confesseranno dopo l’arresto - in un colloquio con uno psicologo - non sopportavano neppure l’odore, quando lo incrociavano in cortile. A conferma degli stereotipi e dei pregiudizi che li ossessionavano per una presenza nel vicinato che percepivano come estranea e nemica.
Quello del tranquillo paese di Capoterra, alle porte di Cagliari, andrà ad impinguare le statistiche relative al 2017 dei “delitti di prossimità” - come vengono chiamati quelli che si consumano tra le mura domestiche o nella fascia di conoscenti più prossimi e dei vicini. In Italia, il rapporto annuale dell’Eures, Ricerche Economiche e Sociali, segnala, a fronte di una diminuzione degli omicidi legati alla malavita ed alla criminalità organizzata, una crescita di quei delitti consumati non solo all’interno della famiglia, ma anche tra amici e conoscenti dell’ambiente di lavoro o del vicinato.
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Per limitarsi alle donne, ha riguardato, nel 2016, il 2,6 per cento delle donne uccise, più della metà delle vittime della criminalità comune. Il vicinato come contesto omicidiario si sta imponendo ovunque. È di queste ore, per riferirsi solo all’ultimo caso, la notizia che a Leicester una giovane donna è stata massacrata di botte dai suoi vicini - con cui aveva un rapporto conflittuale - per aver bucato un pallone finito per l’ennesima volta nel suo giardino. Rumori molesti, bambini rumorosi, problemi di amministrazione, perdite d’acqua, l’abbaiare di un cane e la presenza di animali, un parcheggio conteso, il bucato che sgocciola, e diverse altre futilità sono all’origine di improvvisi colpi di testa di gente comune, dell’irruzione di una ventata di follia che improvvisamente sconvolge vite normali, portando qualcuno ad impugnare un’arma e ad uccidere il dirimpettaio, il vicino della casa accanto, percepito come un nemico.
Le cause scatenanti portano ai luoghi del vivere quotidiano, alla casa, al condominio, agli spazi comuni in cui si svolge la vita delle stesse persone. Ambienti che si dovrebbero percepire come protettivi, rassicuranti e familiari e che, talora, diventano terreno fertile allo scatenarsi di conflitti e contrasti, frutto della degenerazione sociale che investe il nostro tempo.
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Meritano, uno sforzo in più di lucidità e di riflessione, e non contorte spiegazioni, le devastazioni nella vita quotidiana, nei rapporti comuni. E il pauroso abbassarsi della soglia di tolleranza, sotto la pressione di tanti fattori come il venir meno delle relazioni di fiducia di tipo interpersonale, l’ansia e la paura per lo sfaldarsi dell’ordine sociale, il rifiuto di una società multietnica, che sembrano rendere sempre più difficile e talora impossibile quel processo di negoziazione tra vicini che impone tolleranza, comprensione, concessioni reciproche e condivisione di regole di comportamento.
Il delitto di Capoterra ci richiama a quello che è cambiato, a quello che sta cambiando anche in piccole comunità come quelle sarde, in cui ci si augura che i tradizionali rapporti di solidarietà e collaborazione nel vicinato non siano ancora da relegare nel passato storico dell’isola, ma continuino a rappresentare, in qualche misura, un mutuo soccorso per affrontare le difficoltà e superare i bisogni e i dolori della vita quotidiana.
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