La Nuova Sardegna

La tragedia del ponte di Rosello: non giudichiamo chi ha il mal di vivere

di don Gaetano Galia
I vigili del fuoco e un'auto del 118 sotto il ponte di Rosello
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I vigili del fuoco e un'auto del 118 sotto il ponte di Rosello

L'OPINIONE - Il suicidio della giovane donna ci deve insegnare che ognuno di noi può far qualcosa affinché chi è in difficoltà possa intravvedere una via d’uscita

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Volevo esprimere il mio pensiero sul fatto che ha suscitato varie emozioni a Sassari, il suicidio di una giovane donna. Ci sono tre elementi che in ogni situazione tragica ognuno di noi è bene che rispetti. Primo non essere istintivi, valutare la complessità della vita e non fermarsi alle prime informazioni. "Il tam tam della gente", non sempre ha basi solide. Ognuno "dice di aver sentito" e si creano false dicerie che talvolta producono ulteriori sofferenze alle persone care. Esiste un secondo elemento evangelico che è "il non giudicare". Chissà perché molti non si trattengono dall'esprimere giudizi sulle vicende, sulle persone, sapendo che ogni individuo ha le sue motivazioni, la sua storia, le sue sofferenze, le sue solitudini, le sue angosce. Terzo elemento è attuare il silenzio. È nel silenzio, che chi è credente coglie ciò che Dio Padre/Madre esprime sui figli, e chi non è credente, coglie dal profondo della sua coscienza, quegli elementi di comprensione, che ogni persona percepisce nel dramma del suo simile!

Quando accadono questi avvenimenti drammatici, ancora non tutti hanno chiaro che spesso si tratta di situazioni patologiche, provocate dal "male di vivere". Il cancro lo riconosciamo, la depressione no! Nella nostra società complessa, competitiva, stressante, dove i valori fondanti rischiano di essere solo il successo, il denaro, il look, spesso qualcuno di noi non ce la fa. Questa corsa produce solitudine, depressione, tachicardia, panico, disperazione.

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Che cosa fare? Innanzitutto non chiudersi, capire che questo genere di infermità è comunissima. Di una malattia non ci si deve vergognare, perché non è voluta, ma va accettata e combattuta. Allora è necessario parlare, fidarsi del medico, usare le medicine. Ma il migliore fattore di prevenzione è dato dalla costruzione di un gruppo familiare o amicale forte, dove la persona si senta accolta, ascoltata, aiutata, perdonata, incoraggiata, valorizzata…

Il senso di colpa poi, è uno di quegli elementi che la fa da padrone in questi casi drammatici: potevamo qualcosa in più? No, dovevamo fare solo ciò che ho detto sopra. Quando una persona si abbandona al suicidio, gli si è già spenta la luce…troverà un modo per farla finita. Il nostro compito è non far spegnere la luce, è tenere accesa quella fiammella che consenta a chi è in difficoltà di intravvedere delle vie d'uscita. La nostra sorella è in Paradiso, ne sono certo, perché Dio è Padre e Madre e ogni papà e mamma accolgono sempre i figli che rientrano dal loro viaggio, soprattutto quelli che hanno portato, come Gesù, la grande croce della sofferenza che almeno una volta, ha toccato anche ciascuno di noi.
 

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