La Nuova Sardegna

Ai turisti presentiamo un’isola già vandalizzata

Ettore Licheri
Piazza Tola a Sassari
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Piazza Tola a Sassari

L’INTERVENTO - Chi è che ha imbrattato la statua di Tola o ha fatto a pezzi la Little Free Library? Chi riempie le piazzole di rifiuti? E le strade sconnesse? E il sottobosco mai ripulito?

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Facebook non ha dubbi, è lui l’eroe dell’estate: il pensionato sardo filmato mentre rimprovera la turista intenta a seppellire una scatoletta di tonno nel lido di Porto Pino. Vicino alla settantina, capelli bianchi e spalle strette, il nostro eroe mai avrebbe immaginato che quella mattina, uscito di casa con ombrellone e paglietta, sarebbe diventato il paladino delle spiagge sarde, il giustiziere di tutti i cafoni continentali, l’alfiere al quale affidare la riscossa di un’isola incapace di difendere i propri tesori. Potenza del web. Anche il popolo della rete sa però che l’episodio della scatoletta di tonno è solo uno dei tanti oltraggi inferti ogni estate alla nostra isola.

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Furti di sabbia, dune sfregiate, fuochi appiccati nei boschi, gesti di quotidiana anarchia troppo frequenti per non considerarli il frutto di una tendenza sociale. Domandiamoci allora: che cosa fa della Sardegna il luogo dove i vandali trovano la loro massima espressione? Perché nessuno getta i rifiuti tra i tornanti di Taormina o parcheggia sugli arenili della Versilia? Intendiamoci, nessuna località turistica è immune dalla maleducazione dei suoi ospiti, ma perché le invasioni barbariche sembrano convergere ad intervalli regolari solo in Sardegna?

Per rispondere a queste domande potrebbe essere utile conoscere una teoria di psicologia sociale chiamata “teoria dei vetri rotti”. Nel 1969 ricercatori statunitensi realizzarono un esperimento posteggiando un'automobile senza targa e col cofano aperto in una strada del Bronx, ed una seconda vettura in condizioni analoghe lungo un viale signorile di Palo Alto. Il risultato fu che la macchina nel Bronx subì l'assalto dei vandali mentre la vettura di Palo Alto rimase intatta. Così, gli studiosi decisero di rompere i vetri della macchina rimasta integra ed in breve tempo anche questa venne devastata. Se il vandalismo nel Bronx poteva essere scontato, che cosa aveva scatenato gli atti vandalici nell’elegante cittadina californiana? La risposta stava in quei vetri mandati in frantumi, un segnale di degrado che aveva generato altro degrado. L’esperimento dimostrava che i luoghi ordinati frenano i comportamenti sociali scorretti mentre l’incuria li alimenta.

Proviamo allora a chiederci se queste continue offese al nostro patrimonio naturalistico non originino da simili dinamiche e se i principali responsabili del deturpamento delle bellezze sarde non siano i sardi stessi. Sullo stato dei nostri servizi si è detto tanto. Il turista che sbarca da queste parti si inoltra sovente in percorsi privi di segnaletica tra selciati sconnessi ed asfalti rovinati. Le piazzole di sosta sono spesso discariche improvvisate e tutto intorno chilometri di litoranea incustoditi e sottoboschi infestati da erbacce.

A Sassari la statua di Pasquale Tola è nuovamente imbrattata, ad Alghero la Little Free Library è stata fatta a pezzi, si parla tanto di sovranità sarda ma è pressoché quotidiana la constatazione che i sardi continuano a non considerare la loro terra un’organizzazione sociale di cui essi sono direttamente responsabili. Certo, questo lembo di terra perduto in mezzo al mare è sempre stato trattato come una “colonia”, ma ciò non deve costituire un alibi all’apatia ed all’indifferenza. Questa era una terra forte che è stata resa fragile dalla mollezza dei suoi politici e dal torpore dei suoi abitanti. Ed il modo in cui i continentali vedono la Sardegna è in parte la conseguenza di come i sardi vedono se stessi.

Se vogliamo realmente difendere la nostra terra, dimostrarle il nostro amore, dobbiamo mantenere le coscienze vigili tutto l’anno, non solo nel mese di agosto. Se vogliamo rendere la nostra isola più moderna e competitiva, se vogliamo frenare le mire dei grandi potentati economico-finanziari, dobbiamo convincerci che l’impegno sociale e politico fa parte dei doveri primari di un cittadino sardo. Perché l’autodeterminazione, come tutte le libertà, non si reclama, si conquista. Ma per ottenerla dovremo prima diventare un popolo di cittadini consapevoli, capaci di rispettare le regole e di superare gli egoismi di bottega perché, come cantava Giorgio Gaber: «La libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione».

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