Emergenza coronavirus, lasciate parlare chi fa e rischia - IL COMMENTO
Stiamo con medici infermieri e oss, con tutti quelli che lavorano in questa emergenza. Il ritardo è grave perché si paga anche e soprattutto in termini di vite umane e di cure negate o rinviate
Era scontato. Prima è scattata la caccia al medico: come si permette uno che lavora tutto il giorno in ospedale e che passa da un reparto all’altro, che è in prima linea ormai da quasi dieci mesi, a fare il suo e anche altro, che lotta insieme a tutti i colleghi per non fare crollare un sistema sanitario fragile e sgangherato a scrivere quello che prova come uomo e come professionista? E perché scrive al giornale che si permette di dargli tutto quello spazio facendo partire la testimonianza dal fronte dalla prima pagina? Bisognava chiedere l’autorizzazione a loro, avrebbero risposto che in questi casi non si dice niente. Silenzio e basta. Proviamo a rimettere le cose in un ordine logico. Il medico che ci ha scritto lo conosciamo bene, è uno che non si è mai tirato indietro e non mettendo il suo nome lo abbiamo semplicemente tutelato da quello che è venuto fuori come conseguenza della sua verità.
Lo spazio da dare - se la direzione dell’Aou permette - lo decidiamo e valutiamo noi. Non ci siamo mai permessi di dire al direttore sanitario e al dirigente medico cosa è meglio fare o non fare in ospedale, perché non è il nostro lavoro. E ciascuno deve fare la propria parte fino in fondo, con grande senso di responsabilità.
Il nostro compito è quello di raccontare ciò che sta succedendo, e non è vero che è tutto a posto, che ogni cosa è sotto controllo. Non è così e affermare che va tutto bene vuol dire avere la finestra spalancata su un mondo fantastico che non esiste. Non da queste parti.
É emergenza vera, non ci sono dubbi. Balliamo sul bordo di un precipizio ormai da più di otto mesi, abbiamo avuto tutto il tempo per prepararci alla seconda ondata che questa pandemia - si sapeva - ci stava riservando. Invece a un certo punto le corde si sono allentate, almeno quattro mesi sono trascorsi senza fare le mosse giuste, quelle necessarie per farsi trovare preparati. Certo non in condizioni tali da essere inattaccabili e invincibili, ma almeno pronti e con le armi in mano. Tutti gli spostamenti, i cambi in corsa, le modifiche, i tentativi, le richieste e le grida di allarme per il personale che non c’è, le file delle ambulanze, sono la dimostrazione che quello che si doveva fare allora lo si sta cercando di fare oggi. E il ritardo è grave. Perchè si paga anche e soprattutto in termini di vite umane e di cure negate (o rinviate) a chi ha altre patologie diverse dal Covid.
Non ci sono dubbi da che parte stiamo noi. Basta rileggere le storie che abbiamo raccontato, le denunce alle quali abbiamo dato voce, i drammi che nelle nostre pagine trovano posto con la speranza che il grido di dolore serva a fare arrivare qualche risposta e non i soliti annunci che rinviano le soluzioni nel tempo. Noi stiamo con i medici, con infermieri e oss, con tutti quelli che lavorano in questa emergenza sanitaria, fino all’ultimo generico: loro lo sanno, perché ogni volta che ci hanno chiamato siamo stati al loro fianco. Senza tradirli mai.
Gli abbiamo dato spazio e continueremo a farlo. Li aiutiamo a scuotere un sistema paludoso, inadeguato, ingessato da una politica che non si è mai scrollata di dosso i vecchi modi di fare, ieri come oggi. Loro non hanno altra possibilità. La scena madre, purtroppo, è quella dell’azienda sanitaria (l’istituzione in generale) che fa la parte dell’arbitro di calcio, e loro (medici e operatori) sono i giocatori: non possono chiedere spiegazioni, non possono protestare altrimenti scatta l’ammonizione o peggio il cartellino rosso per l’espulsione. Guai a parlare, c’è paura.
E allora siamo fieri e orgogliosi di aiutarli a portare all’esterno le storie per fare comprendere a chi sta fuori cosa succede dentro. Ogni giorno, ora per ora da troppi mesi. Non ce la fanno più: questo l’avete capito? E non gliene frega niente di essere chiamati eroi, vorrebbero essere trattati da lavoratori normali, rispettati e aiutati a dare sempre il massimo. Non a curare pazienti con accanto i morti.
Non abbiamo mai detto che è facile, tutti lo sanno - anche i più stupidi - che è emergenza vera e di grandi dimensioni. E che stiamo combattendo una battaglia durissima. Allora, basta annunci. Dite solo cose vere, che si fanno realmente. Ascoltate e date risposte, anche se gli allarmi dei vostri medici arrivano dalle pagine della Nuova. Perché vuol dire che si sono fidati di noi.
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