A Natale eravamo tutti più buoni e quest’anno siamo anche tutti più soli. Essere soli in certi giorni di festa significa non avere qualcuno con cui condividere e quindi, pur brontolando per le rumorose e affollate riunioni familiari, Natale con i tuoi è un rito che in fondo non dispiace neppure a chi afferma di non vedere l’ora che Natale passi. La solitudine ha ispirato favole e racconti che hanno segnato le vigilie dell’infanzia e l’immaginario. La piccola fiammiferaia della tristissima fiaba immagina le vite degli altri dentro fiammelle accese nel gelo della notte. Scrooge, nel Canto di Natale di Dickens, prende coscienza dei suoi Natali gretti rivivendoli nel racconto dei fantasmi di persone che ha deluso.
]Questo stranissimo e drammatico Natale entrerà nei libri di storia e resterà nella Storia dell’umanità. Non era mai successo che milioni di persone in tutto il mondo fossero costrette a chiudersi in casa. Il lockdown, il distanziamento sociale e le zone rosse sono le sgradevoli ma necessarie novità nei riti e nelle tradizioni natalizie. Anche se imposta per legge, la solitudine è difficile da accettare: non ci siamo abituati in condizioni normali, figuriamoci a Natale. Eravamo fermi al fatto che a Natale bisogna essere tutti più buoni. Mentre si corre trafelati nelle vie dello shopping, con l’ansia di avere dimenticato qualcuno, a Natale si fa beneficenza. Sentirsi più buoni, in qualche caso ostentare la propria bontà, è terapeutico e blandisce lo Scrooge che è annidato dentro ciascuno. È Natale e a Natale si può fare di più, canta Alicia nella canzone celeberrima di una pubblicità. Invece quest’anno a Natale non puoi. Non puoi abbracciare nessuno, non puoi riunire tutta la famiglia intorno a tavole imbandite.
Quest’anno a Natale bisogna scegliere chi invitare e al massimo ci si dovrà “accontentare” di ospitare due persone e i loro eventuali figli under 14. A Natale non puoi uscire per gli auguri, non puoi ritrovarti sotto l’albero per ricevere e per dare oggetti. Per questo, anche se in famiglia, questo Natale siamo tutti un po’ più soli. A Natale non puoi ma forse, nella speranza che sia il primo e ultimo Natale vissuto in queste condizioni, si può provare a trasformare la condizione negativa in una grandiosa opportunità. Ci si può mettere in ascolto, per esempio. Senza il frastuono dei cenoni familiari, senza i ringraziamenti per i doni ricevuti, senza quel senso di vago smarrimento e di spreco che assale quando tutto il consumismo del Natale è svanito. Ci si può mettere in ascolto della solitudine. E tentare di riempirla. Questa immensa prova collettiva di famiglie nucleari e di persone sole che devono rinchiudersi in lockdown può essere l’occasione per sperimentare un’altra forma di bontà.
Si può provare la generosità che non si esprime nelle strade affollate, ma si concentra sulla vicina di casa anziana e sola, plana sull’amico che ha bisogno di quella telefonata sempre rimandata, arriva alla persona anziana alla quale quest’anno non si ha niente da dare ma molto da dire. Non sarà un Natale brutto per i bambini, ai quali interessa solo la magia del Natale, ma lo sarà certamente per i loro nonni. Forse perché le prospettive della vita sono così differenti. Il Natale dell’isolamento può diventare per qualcuno il Natale della disperazione. Essere più buoni questa volta non significa (solo) donare qualcosa ma ascoltare e per quanto possibile colmare le distanze con la solidarietà. Ci saranno altri Natali, perché prima o poi tutto questo passerà, ma restiamo uniti anche se distanti. Più soli, meno “buoni”, più umani. Buon Natale.