Inglesi ko, la sconfitta come simbolo della Brexit

La vittoria di Wembley e la sconfitta di Wimbledon: gli italiani hanno dimostrato che i fatti contano più delle parole. E poi: giocatori e tifosi inglesi imparino da Berrettini in che modo straordinario e vincente si può arrivare secondi

Ci sono messaggi forti e chiari che si possono trarre da una partita di calcio o un incontro di tennis. Per primo che il gesto tecnico non è mai fine a se stesso ma è accompagnato da un dato psicologico. Che sempre fa la differenza. Poi che le superiorità presunte, e troppo spesso millantate, muoiono nello spazio di un mattino, se non diventano espressioni di preparazione fisica e mentale. Gli italiani del calcio e del tennis a Londra hanno trasmesso innanzitutto l'idea che i fatti contano più delle parole e che, spesso, a investire troppo della propria autostima in novanta minuti intorno a un pallone, può significare doversi poi trovare di fronte alla propria inadeguatezza. L'Inghilterra, che non a caso è la culla della Brexit, aveva investito parecchio su questo Campionato Europeo di Calcio, ed era stata ben avviata per un percorso con tutti i comfort. La squadra della regina era arrivata alla finale con l'aiutino non indifferente di un arbitro appassionato di teatro e un piccolo attore shakespeariano abile nel fingersi morto. Cioè ha affrontato questi europei di calcio con lo stesso spirito con cui ha finto di far parte della Comunità Economica Europea e cioè con la garanzia, se non con la pretesa, di poter far parte di un consesso tra nazioni in cui solo a loro era concesso di avere più diritti che doveri. Sta di fatto che di fronte all'idea che ai diritti corrispondano i doveri gli inglesi in Europa, e nel calcio europeo, hanno risposto picche.

Le immagini dei calciatori della nazionale inglese che si sfilavano la medaglia d'argento che gli era stata appena messa al collo è tra le più deprimenti della storia universale dello sport. Così, straordinariamente metaforica è la fuga dagli spalti del pubblico inglese prima della premiazione ufficiale. In uno stadio che ospitava una manifestazione europea come se si trattasse di un affare privato, si pensi solo che al fatto che dei 60.000 posti disponibili solo 7.000 erano disponibili per i tifosi italiani, come se anziché di una manifestazione internazionale si trattasse di un campionato inglese. Insomma questi albionici hanno una difficoltà conclamata a mettersi alla pari. Ma hanno incontrato una squadra che paradossalmente ha vinto innanzitutto contro la propria leggenda. Questa è un'Italia inedita: collaborativa dove regnerebbe l'individualismo; capace di sinergia dove regnerebbe l'egoismo, transgenerazionale dove regnerebbe la regola che ai giovani resta quello che i vecchi si degnano di lasciare; empatica e profonda dove regnerebbe la maledizione degli spaghetti e il mandolino.

In questa Italia tutta di tifosi e tecnici calcistici, eravamo virologi fino a qualche settimana fa, per una volta la nazionale ha sopravanzato la Nazione. Lo sport si è ripreso il compito sociale che gli spetta e cioè quello di premiare la fatica, il lavoro, la dedizione, la sincerità, l'onestà, la generosità e punire la scaltrezza, la disonestà, l'affarismo, il cinismo, il doping sociale, la presunzione, il senso di superiorità. In questo senso la meravigliosa sconfitta di Berrettini a Wimbledon e la schiacciante vittoria dell'Italia a Wembley hanno molte cose in comune perché entrambe rappresentano una prospettiva rassicurante, certo non si sa quanto duratura, ma comunque incoraggiante.

I tifosi inglesi, che fischiano gli inni nazionali, che lasciano gli spalti di cui si sono appropriati, che stampano tabloid con copertine infarcite di luoghi comuni sulla squadra avversaria, dovrebbero imparare che investire su un titolo sportivo per saturare le proprie frustrazioni e le proprie paure è assai pericoloso perché se si è sconfitti bisogna poi fare i conti con se stessi senza nessun placebo. Gli atleti della nazionale inglese che con disprezzo si sono sfilati la medaglia d'argento dal collo dovrebbero imparare da Matteo Berrettini in che modo straordinario, e vincente, si può arrivare secondi.

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