Covid, un nemico ancora imprevedibile

Il futuro è tutto da decifrare, senza allarmismi ma senza affermare come si fa da due anni all’inizio di ogni estate che il virus sia clinicamente morto

A distanza di due anni dall’inizio della pandemia di Covid-19 iniziata nel gennaio del 2020, gran parte delle previsioni sull’evoluzione del contagio sono state disattese. La diffusione a una velocità mai osservata in precedenza della nuova variante omicron ha fatto riaffiorare i ricordi di marzo 2020 quando l’epidemia sembrava inarrestabile e fuori controllo tanto da costringerci all’unica misura possibile, l’autoisolamento. Fortunatamente in questi due anni la ricerca scientifica ha messo a punto una serie di vaccini che si sono rivelati molto efficaci almeno nel prevenire le conseguenze peggiori.  

Il futuro tuttavia è tutto da decifrare, senza allarmismi ma senza affermare come si fa da due anni all’inizio di ogni estate che il virus sia clinicamente morto. L’esperienza ci ha mostrato che probabilmente dovremo abituare a conviverci e non per poco, ma anche in questo caso prendiamo ogni previsione con estrema cautela. La scienza è basata sui dati e gli esperimenti, le irrazionali reazioni a un evento così terribile ma naturale non possono che amplificarne gli effetti.

La variante omicron si è diffusa rapidamente in tutto il mondo, anche in quei paesi che periodicamente vengono presi a modello per come contrastano l’epidemia, mostrando che di fronte a una crisi globale risposte frammentate e locali non sortiscono molto effetto. Il caso della Cina, paese sempre più isolato dagli altri, è un esempio. Nonostante tutte le misure draconiane messe in atto non riesce a tenere l’infezione fuori dai confini. Non abbiamo a che fare con una normale influenza come da molti più volte sostenuto e anche in questo caso i numeri possono aiutare a comprendere la situazione che stiamo vivendo. Un dato importante per fare questa valutazione è il triste computo delle vittime dovute alla pandemia.

È un calcolo in realtà molto complesso ed è anche in genere fonte di discussione poiché le modalità con cui vengono registrate le vittime di Covid-19 non sono standardizzate a livello mondiale e la qualità dei dati può variare moltissimo. Uno dei metodi più attendibili è quello di misurare l’eccesso di mortalità rispetto a una media presa come riferimento. Nel caso del Covid-19 sono state fatte anche stime utilizzando dati satellitari e applicando tecniche di intelligenza artificiale per valutare le variazioni di tumulazioni nei vari periodi. Diversi modelli sono stati quindi elaborati e pur producendo numeri discordanti tutti concordano nell’indicare che c’è stata una forte sottovalutazione del numero delle vittime, che sono da due a quattro volte maggiori rispetto alle stime attuali di circa 5,5 milioni. Si arriverebbe quindi fino a circa 22 milioni, un numero che fa del Covid-19 la più grave pandemia che ha colpito l’umanità da oltre un secolo.

Il virus della spagnola del 1918-1920 si calcola che in soli due anni abbia causato circa 75 milioni di morti con un aumento della mortalità dell’1%. Le stime per il Covid-19 sono di un eccesso di mortalità dello 0,15-0,28%, per ora quindi circa un quarto rispetto alla spagnola, con una valutazione delle vittime tra i 12 e i 22 milioni. Se paragoniamo questi dati con quelli delle peggiori influenze del secolo scorso, il Covid-19 si rivela un nemico ben peggiore. Le epidemie di influenza del 2009 e del 1958 avevano fatto registrare un eccesso di mortalità dello 0,005% e dello 0,04%, con 0,4 e 3,1 milioni di vittime, rispettivamente.

Le stime applicate ai singoli stati sono anche molto indicative, la Russia avrebbe superato il milione di vittime, con gli Stati Uniti che si avvicinano a tale cifra da vicino. Per l’Italia lo scostamento tra le valutazioni dei modelli e le cifre ufficiali è piccolo a indicazione della qualità dei dati raccolti. Questo spiegherebbe perché al confronto con altri paesi l’Italia sembrerebbe aver avuto una mortalità più elevata. Queste stime, pur nei loro limiti servono a indicarci che il Covid-19 non è una normale influenza e non possiamo permetterci il rischio di sottovalutazioni.
 

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