La giornata mondiale contro il cancro: la vita più forte della malattia
Il quattro febbraio è la giornata mondiale contro il cancro. Nonostante siano passati tanti anni e molte belle cose da quando l’ho sconfitto, rimane un giorno scuro. Combattere invecchia: cadono i capelli, si perde la forza, il tempo si misura in cicli e il dolore in milligrammi. E la morte, quando arriva, quando abbraccia, chiede scusa. Chi rimane vive anche per chi è andato via. E onora la vita, per tutto quello che porta con sé.
Perché il male insegna. Ci chiediamo sempre come vivere, cosa vivere, quando vivere, se vivere, aggiungiamo complementi alle frasi semplici, complichiamo ragionamenti lineari per paura di arrivare subito a conclusioni che non vogliamo sentire, nella speranza di poter cambiare qualcosa. È un meccanismo di protezione, di prevenzione, perché la vita preferiamo anticiparla, controllarla. È più comodo, più sicuro e, soprattutto, più gestibile. Ma alla vita tutto questo non importa. Noi non siamo la nostra vita. La abitiamo e basta. Nella famosissima metafora del treno come viaggio dell’esistenza, noi siamo passeggeri, mica conducenti. Ma la gente tenta comunque di aprire la porta della locomotiva con tutte le forze, perché vuole disegnare i binari, o illudersi di poterlo fare. Chi sa che il treno non lo può controllare, si siede e si gode il viaggio. Guarda il panorama, le case diroccate, la linea morbida e uguale che disegna le colline e le montagne.
Ogni quattro febbraio, un controllore convalida il biglietto, io lo rimetto in tasca e penso ai tre posti vuoti che ho vicino, a chi avrebbe voluto sedersi, agli occhi vivi e pieni che avrebbero visto mille mondi e fatto mille sogni, e penso alle mie strade, alla campagna, alle nuvole a forma di cose senza nome che può inventare solo un bambino, e che ero un bambino anche io e magari quel nome buffo e bellissimo lo conosco, o lo conoscevo. E allora mi sforzo e torno indietro, perché il dolore passa ma il male rimane, e vanno via le scarpe, via la barba, via i pensieri sul domani, via gli abiti, gli sbagli, la paura di sbagliare. E sono un bambino che guarda le nuvole e sì, ora ricordo come si chiamano e corro per i vagoni urlando, dico a tutti di venire a vederle e la gente mi segue, e pure il capotreno sta a guardare, che c’è un bambino che si è messo a disegnare un treno con le nuvole in oncologia e gli piace disegnare e racconta al maestro del reparto che le nuvole hanno un nome buffo e bellissimo, ma non lo sa spiegare.
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