Studenti e insegnanti uniti insieme per intonare un canto di pace, e per un attimo il pestaggio delle due sedicenni avvenuto il giorno prima davanti ai cancelli dell’alberghiero di Sassari è quasi dimenticato.
Sottolineo quasi, perché "Imagine" di Lennon non può bastare a rifarsi l'immagine dopo tanta brutalità andata in onda sugli smartphone di mezza città. Il tentativo di smarcarsi e dissociarsi da parte dell'istituto scolastico non può essere così semplice e superficiale. Gli studenti commentano: «È un fatto molto grave ma non c'entra nulla con il nostro istituto». E qui l'errore di valutazione è duplice, in primo luogo perché il fattaccio è avvenuto in pratica sull'uscio di casa, sotto gli occhi di decine di compagni e compagne che tra l'indifferenza più totale e qualche gridolino galvanizzato dall'esplosione inaspettata di violenza, invitavano la signorina C. a pestare a sangue la rivale. La signorina C. in questione maneggiava un tirapugni, un'arma bianca illegale, con ferocia inaudita colpiva il volto dell'altra ragazza e solo per mancanza di tecnica non ha procurato danni potenzialmente letali. Il nutrito crocchio di giovani spettatori non ha chiamato i soccorsi, come sarebbe logico e umano aspettarsi, con un'apatia emozionale davvero spaventosa ha pensato bene invece di riprendere la scena e condividerla sui social.
Di fatto due minorenni se le davano di santa ragione, ma moralmente si trattava di una rissa di gruppo, partecipata con differenti gradi di responsabilità, che ha coinvolto tutti, più o meno come in un'arena dove il pubblico inneggia al sangue con tanto di pollice verso. E i ragazzi del progetto La Nuova@Scuola fanno capire, nell'inserto di oggi, come sia importante gestire la rabbia e le emozioni. Forse i protagonisti e i comprimari della rissa di Sassari non se ne rendono conto, ma il principio che sottende la violenza portata in scena non è dissimile dall'aggressione-stupro di gruppo avvenuto in piazza Duomo a Milano la notte di Capodanno, o dalle ingiurie antisemite che due quindicenni in provincia di Livorno hanno rivolto a un dodicenne: «Devi morire nel forno», hanno gridato mentre gli sputavano addosso. Questa è la gioventù bruciata, svezzata a pizza e TikTok, che prima, compiaciuta dello scoop, punta la fotocamera del telefonino, e poi partecipa ai flashmob pretendendo di elevarsi al di sopra del proprio cinismo.
Non fate l'errore di concentrare il biasimo sulle due sedicenni indagate insieme ad altre due donne per rissa e lesioni, i figli borderline capitano anche nelle migliori famiglie, così come capitano le risse a scuola: ciò che non è normale, e preoccupa assai, è la deriva etica e civile che travolge i giovanissimi. Spaventano gli adolescenti che fanno branco e non rispettano niente e nessuno, che osano oltre i limiti della legalità e non hanno paura di disarmare un agente di polizia; adolescenti dipendenti dai social, dal giudizio altrui e dalla sovraesposizione pornografica del corpo e dei sentimenti.La dirigente dell'alberghiero dice: «Ormai tutto viene filmato e postato sui social, i ragazzi comunicano in questo modo sia le cose belle che quelle brutte». Ma il punto è che non si tratta più di comunicazione: è puro e semplice voyeurismo, gioco all'odio e al massacro, violenza e bullismo traslato dal mondo reale alla dimensione surreale dei social, virtuale ma non meno feroce e dannosa. Una mia amica docente mi racconta l'apice del suo sconforto: la madre di una bulla ha giustificato la figlia dicendo che non ha fatto niente di male, che tanto la vittima veniva bullizzata da tutti e per non sentirsi emarginata ha preso a bullizzarla anche lei.
Il lassismo genitoriale è una piaga che crea figli svogliati, arroganti, viziati e debosciati, è un male della società che delegittima l'autorità scolastica e autorizza i ragazzi all'anarchia. Genitori che non sono educatori bensì complici. Finché ci saranno madri e padri che per quietare i bimbi nel passeggino li instupidiranno mettendogli un cellulare in mano, non potremo stupirci di nulla.