Basta con la pandemia dei numeri
Non sarebbe ora che le autorità sanitarie ponessero fine alla comunicazione giornaliera? Insieme al via libera al ballo in discoteca, sarebbe un confortante segnale di ritorno alla normalità della vita sociale
Basta, da oggi, con le mascherine all’aperto. Ma anche basta con il bollettino giornaliero dei dati, ballerini, data la variabilità nel numero dei tamponi. Non c'è alcun precedente nella storia, naturalmente. Nessuna pandemia come il covid-19 ha conosciuto un monitoraggio in tempo reale dell'andamento della pandemia a livello globale e nei diversi Paesi.
In Italia, l’incalzare del numero di casi, infezioni, decessi, posti letto occupati nei reparti Covid e nelle terapie intensive, grafici, curve, raffronti, mappe interattive, non ha conosciuto praticamente tregua, con un di più. Nel nostro Paese vi si è infatti aggiunta la smisurata – starei per dire grottesca - amplificazione nei media e in tutte o quasi le trasmissioni televisive (eccetto forse le previsioni del tempo) che hanno fatto da cassa di risonanza a quei numeri, commentati da ‘esperti’ di varia competenza e ambiti di ricerca.
Ma anche da politici, giornalisti, opinionisti/e che discettano su cifre, percentuali, tassi di mortalità e letalità, piegandoli e distorcendoli, a servizio delle proprie posizioni ideologiche e politiche, riguardo alle misure del governo, e più recentemente dei vaccini. Nel momento più drammatico e buio della pandemia, quei dati rispondevano a un urgente bisogno di conoscenza e rappresentavano una zattera a cui aggrapparsi in mezzo all'incertezza e alla paura- pur suscitando, nei giorni della falcidie del virus a Bergamo - un senso di impotenza e di catastrofe imminente. Hanno, in generale, aiutato le popolazioni a concettualizzare la necessità di un rapido contenimento e controllo dell’emergenza, dirigendo il sentimento pubblico e alimentando la pressione per le contromisure, piuttosto rigide nel nostro Paese, il primo ad essere investito dal Covid.
Ma, ora come ora, che senso ha mantenere un'aura di emergenza con la gragnuola di numeri sull’andamento della pandemia divulgati ogni sera? Che scenario rappresentano, nel concreto, dando conto di decine e decine di migliaia di ‘contagi’ risultanti dalla oscillante somma dei tamponi antigenici e molecolari? Non sarebbe ora – dopo un’interruzione senza precedenti della vita collettiva - che le autorità sanitarie ponessero fine alla comunicazione giornaliera, puntuale come il bollettino di guerra emesso dal Comando supremo delle Forze Armate durante la prima guerra mondiale? Insieme al via libera al ballo in discoteca, sarebbe un confortante segnale di ritorno alla normalità della vita sociale.
E rafforzerebbe l’annuncio di speranza che arriva dalla cancellazione dell’obbligo delle mascherine all’aperto, al di là della fisionomia cromatica - gialla, arancione o rossa - delle Regioni. Del resto la mancata comunicazione del numero dei contagi – mentre persistono i divieti e le regole imposte dal governo in base alla curva epidemiologica - non suonerà certo come un ‘bollettino della vittoria’ sulla pandemia.
Non esiste una definizione universale dei parametri su cui basarla. In base a quali indicatori, esattamente, potremo stimare che la crisi sanitaria sta volgendo al termine? Quali misure saranno ancora necessarie?
Quel che sembra certo è che per arrivare alla fine della pandemia non ci sarà il raggiungimento dell’immunità di gregge o una dichiarazione ufficiale dell’Oms. Stando a quanto affermano, in un saggio pubblicato sul British Medical Journal, due ricercatori statunitensi, David Robertson della Princeton University e Peter Doshi dell’Università del Mariland “avverrà gradualmente e in modo non uniforme”.
Non abbiamo precedenti sulla fine delle pandemie. Quella dell’Influenza Spagnola conobbe tra ondate, tra il 1918 e il 1919. Ma la gente torno alla vita normale già nel novembre del 1918, quando furono riaperte scuole, chiese e teatri. Una rigidissima censura di guerra impediva la divulgazione dei dati sulla pandemia - casi e decessi- tanto che i prefetti provvedevano a ricoprire di nero, la sera prima che i giornali apparissero in edicola , gli spazi che i direttori avevano destinato alla tragedia della malattia.
Qualche notizia indiretta era data dalle rubriche ‘Stato civile’ che riportavano il numero dei nati e dei morti. Per i lettori della Nuova Sardegna c’erano le ‘note funebri’ e i necrologi da cui era severamente bandita la parola ‘Spagnola’, sostituita dall’espressione ‘crudele morbo’.
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