Facciamo un patto per rilanciare Sassari
La proposta lanciata dalla sociologa, che avverte: "Senza il coinvolgimento della popolazione è difficile costruire un'idea di quel che la città può diventare e troppo spesso, qui, la partecipazione è stata evocata formalmente ma considerata ingombrante di fatto"
La Nuova ha riportato la notizia che la riqualificazione dell’ex carcere San Sebastiano “non s’ha da fare”, sperando che sia solo per il momento e non piuttosto “né domani né mai”, come è avvenuto per altri edifici consegnati inesorabilmente al degrado. Per qualunque ragione siano stati cancellati i primi dodici milioni previsti per l’intervento, la politica ha manifestato tutte le sue debolezze in termini sia di attenzione e cura, sia progettuali.
Eppure, Sassari ha urgente bisogno di queste qualità, considerato il profondo stato di crisi in cui versa e che sembra sia arrivato al capolinea. Va aggiunto che non è la prima volta che Sassari butta al vento finanziamenti pubblici, basti pensare a quelli per il completamento della cosiddetta metropolitana di superficie che sarebbe dovuta arrivare sino all’aeroporto di Fertilia. Cosa che invece è stata realizzata a Cagliari; non solo, se oggi vogliamo prendere un volo da Elmas, possiamo salire su uno dei pochi treni dell’abbandonata stazione di Sassari e arrivare, seppure con lentezza, fin dentro l’aeroporto cagliaritano.
Ed è notizia più fresca il rischio di rendere inutili gli interventi di riqualificazione dell’ex Chiarella e del vecchio carcere di San Leonardo e che finora sono costati quattro milioni di euro. La sospensione del processo di riqualificazione dell’ex carcere può essere assunta come una metafora di quel che è diventata la seconda città della Sardegna, metafora che il mio pessimismo della ragione mi porta a dire che il declino di Sassari non è evitabile. D’altronde, tutti gli indicatori ci dicono che Sassari è una città sempre più vecchia e povera: i cartelli Vendesi di molte attività commerciali ed artigianali sono solo la punta dell’iceberg di una condizione diffusa di sofferenza, così come l’aumento dei senza fissa dimora è la prova palpabile di quanto estesa sia diventata la diseguaglianza sociale. Ma il mio ottimismo della volontà mi sollecita a perseverare nel suggerire idee che possano essere utili al rilancio di Sassari.
Propongo, perciò, la stipula di un patto per cambiare la città, sottoscritto da enti e soggetti appartenenti alle quattro grandi sfere della società: l’amministrazione pubblica, la cultura, l’impresa privata e le parti sociali, a cominciare dalle organizzazioni sindacali. Obiettivo finale di questo patto dovrebbe essere quello di raggiungere buone condizioni urbane che garantiscano a una molteplicità di persone l’accesso a tutti quei fattori che fanno di un insediamento una città. Fattori che in passato c’erano, ma che sono entrati in un circuito di decadenza perché la classe dirigente – nel senso più ampio del termine – non è stata in grado o non ha voluto adeguare ai mutamenti in corso. Ma per raggiungere questo obiettivo è necessaria la costruzione di un’idea di città: chi siamo e cosa vogliamo diventare. È dentro un’idea condivisa di città che può avere un senso il piano di riqualificazione e rifunzionalizzazione dell’ingente patrimonio edilizio in disuso, in primo luogo di quello pubblico, compreso l’ex carcere. Si tratta di una costruzione che non si fa a tavolino, ma che comporta una circolazione di idee a diversi livelli di partecipazione.
In un recente passato, questa condizione si è presentata in occasione della discussione del Piano Strategico, occasione che ha visto la partecipazione di centinaia di cittadini e di associazioni, entusiasti di contribuire, ma quando si è trattato di tradurre le idee in progetti da realizzare, il tutto si è concluso nel nulla. In altre parole, senza il coinvolgimento della popolazione appare difficile costruire un’idea di quel che la città può e vuole diventare. Ma a Sassari la partecipazione è evocata formalmente e considerata ingombrante di fatto. Basti pensare alle proposte sulla mobilità sostenibile, oppure alla richiesta di acquisire e vincolare l’ex orto Botanico avanzate da comitati di cittadini. Queste azioni partecipative cadono nell’oblio, almeno fino alla prossima campagna elettorale.
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