La Nuova Sardegna

Facciamo un patto per rilanciare Sassari

Antonietta Mazzette
Facciamo un patto per rilanciare Sassari

La proposta lanciata dalla sociologa, che avverte: "Senza il coinvolgimento della popolazione è difficile costruire un'idea di quel che la città può diventare e troppo spesso, qui, la partecipazione è stata evocata formalmente ma considerata ingombrante di fatto"

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La Nuova ha riportato la notizia che la riqualificazione dell’ex carcere San Sebastiano “non s’ha da fare”, sperando che sia solo per il momento e non piuttosto “né domani né mai”, come è avvenuto per altri edifici consegnati inesorabilmente al degrado. Per qualunque ragione siano stati cancellati i primi dodici milioni previsti per l’intervento, la politica ha manifestato tutte le sue debolezze in termini sia di attenzione e cura, sia progettuali.

Eppure, Sassari ha urgente bisogno di queste qualità, considerato il profondo stato di crisi in cui versa e che sembra sia arrivato al capolinea. Va aggiunto che non è la prima volta che Sassari butta al vento finanziamenti pubblici, basti pensare a quelli per il completamento della cosiddetta metropolitana di superficie che sarebbe dovuta arrivare sino all’aeroporto di Fertilia. Cosa che invece è stata realizzata a Cagliari; non solo, se oggi vogliamo prendere un volo da Elmas, possiamo salire su uno dei pochi treni dell’abbandonata stazione di Sassari e arrivare, seppure con lentezza, fin dentro l’aeroporto cagliaritano.

Ed è notizia più fresca il rischio di rendere inutili gli interventi di riqualificazione dell’ex Chiarella e del vecchio carcere di San Leonardo e che finora sono costati quattro milioni di euro. La sospensione del processo di riqualificazione dell’ex carcere può essere assunta come una metafora di quel che è diventata la seconda città della Sardegna, metafora che il mio pessimismo della ragione mi porta a dire che il declino di Sassari non è evitabile. D’altronde, tutti gli indicatori ci dicono che Sassari è una città sempre più vecchia e povera: i cartelli Vendesi di molte attività commerciali ed artigianali sono solo la punta dell’iceberg di una condizione diffusa di sofferenza, così come l’aumento dei senza fissa dimora è la prova palpabile di quanto estesa sia diventata la diseguaglianza sociale. Ma il mio ottimismo della volontà mi sollecita a perseverare nel suggerire idee che possano essere utili al rilancio di Sassari.

Propongo, perciò, la stipula di un patto per cambiare la città, sottoscritto da enti e soggetti appartenenti alle quattro grandi sfere della società: l’amministrazione pubblica, la cultura, l’impresa privata e le parti sociali, a cominciare dalle organizzazioni sindacali. Obiettivo finale di questo patto dovrebbe essere quello di raggiungere buone condizioni urbane che garantiscano a una molteplicità di persone l’accesso a tutti quei fattori che fanno di un insediamento una città. Fattori che in passato c’erano, ma che sono entrati in un circuito di decadenza perché la classe dirigente – nel senso più ampio del termine – non è stata in grado o non ha voluto adeguare ai mutamenti in corso. Ma per raggiungere questo obiettivo è necessaria la costruzione di un’idea di città: chi siamo e cosa vogliamo diventare. È dentro un’idea condivisa di città che può avere un senso il piano di riqualificazione e rifunzionalizzazione dell’ingente patrimonio edilizio in disuso, in primo luogo di quello pubblico, compreso l’ex carcere. Si tratta di una costruzione che non si fa a tavolino, ma che comporta una circolazione di idee a diversi livelli di partecipazione.

In un recente passato, questa condizione si è presentata in occasione della discussione del Piano Strategico, occasione che ha visto la partecipazione di centinaia di cittadini e di associazioni, entusiasti di contribuire, ma quando si è trattato di tradurre le idee in progetti da realizzare, il tutto si è concluso nel nulla. In altre parole, senza il coinvolgimento della popolazione appare difficile costruire un’idea di quel che la città può e vuole diventare. Ma a Sassari la partecipazione è evocata formalmente e considerata ingombrante di fatto. Basti pensare alle proposte sulla mobilità sostenibile, oppure alla richiesta di acquisire e vincolare l’ex orto Botanico avanzate da comitati di cittadini. Queste azioni partecipative cadono nell’oblio, almeno fino alla prossima campagna elettorale.

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