La Nuova Sardegna

La crisi Ucraina, Draghi da Putin: missione possibile

di PIERO FASSINO
La crisi Ucraina, Draghi da Putin: missione possibile

L’esperienza ci insegna che se non si stempera la tensione, se l’escalation non si inverte, i rischi di incidenti, radicalizzazioni e anche provocazioni aumentano - L'ANALISI

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La richiesta del Presidente dell’Ucraina Zelensky al premier Draghi di promuovere un incontro con Vladimir Putin e l’annuncio di una prossima visita di Draghi a Mosca offrono forse l’ultima opportunità per scongiurare un conflitto armato e aprire la strada a una soluzione politica negoziata e condivisa.

Svolta che appare urgentissima alla luce della accresciuta tensione nelle ultime ore nella regione del Donbass. L’esperienza ci insegna che se non si stempera la tensione, se l’escalation non si inverte, i rischi di incidenti, radicalizzazioni e anche provocazioni aumentano.

Ne è conferma l’ultima settimana: se per un verso la paventata invasione del 16 febbraio non c’è stata, per altro verso la Duma, il parlamento russo, ha votato quasi all’unanimità la richiesta al governo di riconoscere l’indipendenza delle autoproclamate repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk. Intanto si sono intensificati gli scontri tra le truppe di Kiev e le milizie separatiste, i cui presidenti hanno proclamato la mobilitazione generale di tutti gli uomini tra i 16 e i 55 anni e evacuato verso territori russi la popolazione civile.

Se le iniziative del presidente Macron e del cancelliere Scholz hanno contribuito a scongiurare una precipitazione bellica immediata, la missione di Draghi si colloca dunque nel momento più critico, quando davvero si è sull’orlo del precipizio e urgentissimo è promuovere ogni azione utile a un incontro diretto tra Putin e Zelenski.

I colloqui a Mosca e Kiev saranno l’occasione per affrontare i nodi della crisi, a partire dalla sollecitazione al presidente russo a ridimensionare la massiccia presenza militare ai confini dell’Ucraina e a non compiere atti - quali il riconoscimento delle Repubbliche separatiste del Donbass - che lederebbero irrimediabilmente l’integrità territoriale ucraina.

E sarà anche l’occasione per ribadire che non c’è nessuna volontà occidentale di accerchiare la Russia o metterne a rischio la sicurezza, che però non si consegue - come pensa Mosca - creando sfere di influenza e imponendo sovranità limitate ai paesi vicini, ma con un nuovo “patto per la sicurezza” che coinvolga Europa, Stati Uniti e Russia e riprendendo i principi di Helsinki - intangibilità dei confini, non interferenza, rispetto della sovranità - e consenta ad ogni Paese di sentirsi sicuro, libero e sovrano. Una architettura che rilanci anche strategie e accordi di disarmo e riattivi il ruolo di dialogo del Consiglio di cooperazione Nato-Russia, superando così l’attuale contrapposizione.

A Zelenski Draghi confermerà certamente l’impegno inderogabile dell’Unione europea e dei suoi Paesi a sostenere e assistere l’Ucraina nella difesa della sua sovranità e integrità territoriale. Sarebbe un ulteriore elemento di rassicurazione poter anche annunciare che - a fronte di una prospettiva di ingresso nella Nato di lungo periodo - l’Unione europea avvia il percorso di inclusione dell’Ucraina nella famiglia europea, facendosi così garante della indipendenza e sovranità di Kiev.

E infine i colloqui saranno l’occasione per verificare la reale praticabilità degli Accordi di Minsk sottoscritti da Kiev e Mosca alla fine del 2014 - e finora mai applicati - che prevedono l’avvio di un negoziato per un autogoverno e uno statuto speciale delle regioni di Donetsk e Lugansk.

Mosca lamenta che questo processo di autonomia e decentramento non sia mai partito. Kiev teme che la concessione di autonomia alle regioni separatiste sia la premessa della secessione. Timore non infondato alla luce dell’annessione unilaterale della Crimea e del sostegno di Mosca ai separatisti del Donbass, così come ai separatisti di Abkhazia e Ossezia in Georgia e di Transnistria in Moldavia.

Draghi avrà così l’occasione per affrontare con i suoi interlocutori il tema cruciale delle minoranze, questione che in realtà si pone in gran parte dei Paesi dell’Europa centrale: vivono infatti minoranze ungheresi in Romania, Serbia e Slovacchia, tedesche in Polonia e Ucraina, russe nei Baltici, turche in Bulgaria e altre ancora. Uno scenario che se si accedesse alla richiesta di autodeterminazione statuale di ogni minoranza farebbe saltare tutti i confini e gli assetti statuali di gran parte dell’Europa. L’unica strada percorribile è invece che ogni Stato riconosca il valore del pluralismo identitario, promuova convivenza multiculturale, assicuri parità di diritti e riconosca forme istituzionali di autonomia compatibili con la coesione statuale della nazione. E in questo Draghi potrà mettere a disposizione del confronto tra Mosca e Kiev l’esperienza di autonomia speciale realizzata in Alto Adige con l’accordo De Gasperi-Gruber e che da più di settant’anni assicura a italiani, tedeschi e ladini convivenza, diritti e prosperità.

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