Il sogno imperiale dello Zar: fallimento della diplomazia
La storia ha dimostrato che le sanzioni sono un’arma spuntata che spesso si ritorcono contro chi le impone - IL COMMENTO
Alla fine Putin ha invaso l’Ucraina. Gli analisti si erano divisi, in pochi credevano all’azzardo. Eppure i segni c’erano tutti, da quando il Cremlino nel dicembre scorso pubblicò le sue richieste. Si credeva fossero eccessive per poi poter trattare, come insegna l’arte della negoziazione. Invece no, l’invasione era decisa, bisognava aspettare che il dispiegamento delle truppe fosse completato e che agli occhi di Putin ogni possibilità di accoglimento delle sue richieste da parte della Ue, Nato e Usa venisse negata perché impossibili da accettare se non riconoscendo una sconfitta.
Lavrov, il ministro degli esteri della federazione, viene considerato uno dei migliori diplomatici presenti sulla scena globale. C’è una sorta di agiografia nei suoi confronti, abile negoziatore, ma si dimenticano le sue durezze, la sua capacità di far sentire l’interlocutore inadeguato, ricorrendo anche all’insulto, alla bullizzazione dell’avversario. Difficoltà registrate da molti diplomatici occidentali, abituati a forme che oggi sembrano scomparse. Una caratteristica che accomuna Lavrov ai diplomatici sovietici e a quelli di tutti i regimi autoritari. I turchi di Erdogan non sono differenti e manco gli ungheresi e i polacchi quando trattano con la Ue o con giornalisti scomodi. Non è però solo questione di forma. Rapportarsi con il cerchio magico putiniano significa entrare in contatto con la rivitalizzazione dell’eccezionalismo russo. Con un popolo che si vive come civiltà dentro quella europea ma ad essa contrapposta.
Mosca come terza Roma, in lotta con la corruzione dei valori di un Occidente decadente, difensora del cristianesimo contro l’islamismo, della famiglia cristiana. Spada e altare secondo la tradizione bizantina, l’aquila bicipite dello stemma russo rappresenta la dualità dei poteri con l’Ortodossia che diventa ideologia dello Stato sostitutiva di quella comunista. Le estreme destre europee e americane ne sono sedotte. Lo stesso Trump ne è soggiogato. Una somma di valori che sono antitetici a quelli europei. Putin le sue intenzioni le ha rivelate nel suo discorso del 22 febbraio quando ha detto che l’Ucraina era un’invenzione di Lenin. Che lui fosse un anti bolscevico lo si sapeva, salva Stalin per il suo nazionalismo russo e per la vittoria contro il nazismo, non più letta come sforzo delle etnie che componevano l’Urss ma solo russo. Con quel discorso di impronta zarista ha rivendicato come russi tutti i territori dell’impero dei Romanov. Putin ha detto che la scomparsa dell’Urss è la più grande tragedia geopolitica del XX secolo.
Oggi lui agisce con uno spirito revanscista, non diverso da quello tedesco degli anni ’30 dopo il trattato di Versailles. Il paragone è drammatico, ma la vicenda di questi giorni per un verso ricorda i Sudeti del ’38 e per l’altro “l’aiuto fraterno” a Praga e Budapest. L’Occidente impossibilitato a trattare reagisce con le sanzioni. Arma spuntata. La storia insegna che non sono mai state decisive nella composizione dei conflitti, possono fare più danni a chi le impone e non a chi le subisce. Il Cremlino sa che l’Europa ha bisogno del suo gas, che per ora l’approvvigionamento non viene punito e dell’interscambio commerciale. La Russia ha dalla sua discrete riserve finanziarie in oro e frutto dell’aumento dei prezzi delle materie prime. Lo sforzo bellico non ne risentirà, per ora. Gli spazi di manovra dell’Occidente si riducono di molto. Ursula von der Leyen ha detto che l’invasione dell’Ucraina è un attacco all’Europa. Ha ragione, la Ue rappresenta il contrario della Russia putiniana. Un Paese che se non avesse una classe dirigente estrattiva e predatoria, con le sue ricche zze potrebbe essere uno dei più sviluppati del pianeta. Invece deve sopportare un sogno imperiale, un Pil come la Spagna che è infinitamente più piccola, spese rilevanti in armamenti, stipendi medi sui 250 euro. In Ucraina si muore, la speranza è che questa tragedia finisca subito e si ritorni a trattare. Ora vince lo sconforto.
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