La Nuova Sardegna

Le crepe del potere di Vladimir Putin

Nicolò Migheli
Le crepe del potere di Vladimir Putin

Lo "zar" avrà comunque perso quando in Russia si saprà dei caduti e dei costi economici della guerra

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Durante questa guerra gli analisti si sono interrogati perché Putin abbia deciso l’invasione ora e non durante la presidenza Trump, dove poteva contare su di una spaccatura evidente tra Europa e Usa e un atteggiamento, forse, più tollerante della Casa Bianca. Si sono fatte molte ipotesi. Una di origine Cia, dice che Putin avrebbe un tumore all’intestino e la cura di steroidi a cui sarebbe sottoposto abbia accentuato in lui il carattere collerico. Occorre diffidare sempre di diagnosi a distanza, ancor di più se diffusa da un servizio. Paul Berman è scrittore e saggista, in un articolo su Foreign Policy ricostruisce la storia russa degli ultimi tre secoli sostenendo che la politica estera di quel Paese è sempre una risposta ai problemi interni.

Secondo Berman, la Russia non è mai riuscita a costruire uno Stato che sappia adattarsi ai mutamenti politici e reagisce con l’invasione dei vicini quando questi hanno esperienze di tipo liberale che possono essere importate e minare il potere autoctono. Lo è stato nell’Ottocento, con l’invasione della Polonia nel 1830 dopo la II Rivoluzione Francese, nel 1848 con l’Ungheria, nel 1863 a Varsavia. La Russia in quel secolo venne definita il gendarme d’Europa, riuscì a evitare il collasso dello Stato. Collasso che nel Novecento è avvenuto due volte, nel 1917 con la rivoluzione e negli anni ’90 con Gorbaciov ed Eltsin.

Secondo lo scrittore, Budapest del 1956 e Praga del 1968 risposero allo stesso principio, benché l’Urss godesse di una stabilità garantita da leadership come quella di Krusciov e Breznev. Se durante il periodo sovietico la Russia poteva contare su di un’ideologia palingenetica che incontrava simpatie nel mondo; oggi può ricorrere solo alla riproposizione di una grandeur più zarista che sovietica, con il timore che le ideologie occidentali “decadenti” contaminino la purezza russa. La lunga memoria dei moti decabristi del 1825. Per quelle classi dirigenti, che con la democratizzazione hanno paura di perdere tutto, l’unica strada resta l’autoritarismo. Se l’Urss viveva di futuro, la Russia contemporanea ha gli occhi rivolti al passato.

La guerra in Georgia del 2008 e quella attuale in Ucraina, secondo Berman, rispondono alla paura del terzo collasso. I due Paesi aggrediti sono democrazie imperfette ma con un grado di partecipazione popolare alle decisioni, superiori a quelle russe. Il pericolo della “contaminazione” è alto. In questi anni in Russia i partiti di opposizione sono stati silenziati, gli oppositori incarcerati, la stampa critica con il Cremlino costretta ad adeguarsi ai diktat governativi, oppure obbligata alla chiusura. La guerra sta mostrando fino in fondo i limiti del potere putiniano. Le sanzioni stanno avendo effetti sull’economia, la finanza, sugli oligarchi e sul gruppo di potere. Defezioni importanti come quella di Anatolij Chubais ex delfino di Eltsin, l’uomo che gli presentò Putin, rifugiatosi all’estero.

Il capo di Stato Maggiore Gerasimov e il ministro della difesa Shoigu non compaiono in pubblico da tempo. Secondo i servizi israeliani Shoigu sarebbe agli arresti in quanto sospettato di essere legato alla Cia. Segni di difficoltà che non indicano ancora un cedimento del gruppo che sostiene l’autocrate, benché i malumori degli oligarchi trapelino e si susseguano voci di golpe. L’annuncio che le operazioni si limiteranno al solo Donbass e al sud nasconde un insuccesso.

Un tentativo di vendere in patria una mezza vittoria? Putin avrà perso comunque quando in Russia si saprà dei caduti e dei costi economici di una guerra che s’immaginava trionfale. L’autocrate corre il rischio di essere rimosso o se rimarrà al Cremlino sarà indebolito. Non è solo il destino del presidente, ma di un gruppo di potere che ha governato negli ultimi 20 anni. Il dopoguerra si annuncia complicato quanto il prese nte. La Russia umiliata a rischio di collasso non conviene all’Europa. Forse agli Usa. Una preoccupazione in più per il futuro.

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