La fragile Europa davanti alla guerra
Le spaccature tra i singoli Paesi sulla politica estera si riverberano anche nella gestione del conflitto tra Russia e Ucraina
La pandemia prima e la guerra poi, hanno rafforzato la Ue. Per certi versi è vero, non solo il Recovery Fund, la guerra ha portato con sé una politica estera e a una accelerazione della difesa comunitaria con la creazione dell’ampliamento reparti militari comuni; il finanziamento di 500 milioni di euro in aiuti bellici all’Ucraina; la prospettiva di acquisti di gas e petrolio, così come fatto per i vaccini. La volontà di ridurre fino ad annullare, la dipendenza energetica dalla Russia.
Uno sforzo che cerca, senza riuscirci, di superare le linee di faglia che percorrono l'Europa. Spaccature che rimangono, che segnano anche la politica estera. Lo stesso atteggiamento verso la Russia cambia a seconda della vicinanza ad essa. Mentre, Francia, Germania, Italia, Spagna e Portogallo sono più favorevoli a non interrompere i rapporti, sia per motivi di ordine economico e anche perché la minaccia è considerata lontana, i Paesi dell'est sono i più attivi nel contrasto. La Polonia si è adoperata perché venisse imposta la fly zone, pur sapendo che fosse irrealizzabile. Se venisse imposta sarebbe la III Guerra Mondiale. Allo stesso tempo, visto che la Polonia è diventata la retrovia principale dell'Ucraina, non si parla più di sanzioni nei suoi confronti per il non rispetto dello Stato di Diritto e per la magistratura asservita al potere politico. Il gruppo di Visegrád pare ormai archiviato. Orbán rivince le elezioni per la 4° volta. Le vince per un sistema elettorale sotto indagine nella Ue, per il totale controllo della stampa, anche per la sua dichiarata neutralità tra Ucraina e Russia.
In effetti la sua "democrazia illiberale" è quanto di più simile ci sia in Europa al sistema putiniano. La vicinanza ungherese al Cremlino ha reso Orbán inviso a polacchi, cechi e slovacchi con cui aveva posizioni comuni nella Ue. Il 5 marzo i premier di Polonia, Slovenia, Cechia, hanno incontrato a Kiev Zelensky, presentandosi come delegazione ufficiale della Ue. Il premier polacco Morawiecki ha poi raccontato che quella visita voleva spingere l'Europa occidentale stanca e decadente verso un impegno più deciso. La narrativa polacca e ungherese sui valori europei non è molto diversa da quella di Putin. Il nemico è sempre la società aperta. Il viaggio a Kiev ha creato notevole imbarazzo a Bruxelles e nelle capitali dell'Europa carolingia. La guerra in Ucraina nasconde le spaccature, ma non le annulla.
Sul fronte dei profughi, la Polonia e tutti quei Paesi si aprono, Ungheria compresa, mostrando una contraddizione. Gli Ucraini, bianchi e biondi, vengono accolti nel migliore dei modi, mentre si è rifiutato per giorni l'ingresso in Polonia degli studenti, lavoratori africani e mediorientali, in fuga anche loro dall'Ucraina. Mentre i primi possono contare su di un visto pluriennale, i secondi hanno avuto un decreto di espulsione. Il 24 di aprile si voterà in Francia per il secondo turno, Macron nelle intenzioni di voto è in testa ai sondaggi. Se venisse rieletto è probabile che su alcuni temi come difesa e politica estera comune, si andrà a una cooperazione rafforzata tra Francia, Germania, Italia e Spagna, a cui si potranno unire altri Paesi. Sarà l'unico modo per superare le difficoltà dei trattati, che su alcuni temi vogliono l'unanimità. Se invece dovesse vincere la signora Le Pen, ogni cooperazione rafforzata verrebbe messa all'angolo per molto tempo. Con Macron presidente la linea di faglia con i Paesi post comunisti potrebbe accentuarsi. La Russia è probabile che esca isolata politicamente dalla guerra in Ucraina. Essa potrebbe trovare nella Ue l'unica sponda per non cadere mani e piedi nella trappola cinese. Tra le Europe una nuova diversificazione. I Paesi dell'est, meno l'Ungheria, potrebbero volere per la Russia un'umiliazione. Non sarebbe un bene.
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