La Nuova Sardegna

Il caso Gesam

Dall’inchiesta un conforto per il dolore

Vanessa Roggeri
Dall’inchiesta un conforto per il dolore

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Disperazione. Disperazione crescente, man mano che con il passare dei minuti Rita si rende conto che deve essere successo qualcosa di grave. Suo marito Antonio avrebbe dovuto smontare dal lavoro alle 14 (è responsabile del settore cernita in un impianto di smaltimento rifiuti a Sassari), ma non è rientrato a casa e non risponde al cellulare. Non è da lui. Antonio è un gran lavoratore, un padre di famiglia attento e coscienzioso, il suo è un silenzio che esaspera i brutti pensieri e afferra il cuore in una morsa. 

Rita lo chiama 61 volte, sperando di sentire la sua voce, sperando di sbagliarsi. Passano minuti eterni, un tempo sospeso in cui le sembra di impazzire. Una telefonata può cambiarti la vita, anche una “non risposta” può farlo. È capitato a tutti di fare telefonate a vuoto temendo il peggio; nella maggior parte dei casi si tratta soltanto di un brutto spavento, stavolta però il presentimento di Rita corrisponde a una triste realtà. Antonio è morto, il luogo di lavoro è interdetto, ci sono ambulanze e polizia.

Sembra che un malore se lo sia portato via, ma è tutto molto più complicato e tragico di come appare, e Rita lo capisce subito: Antonio non può essere morto d’infarto, lui era forte e sano, cercate la verità! Per fortuna lo capisce anche la Procura che alla fine dispone l’autopsia. È l’inizio di un calvario, ma ciò che conta è che Rita aveva ragione: il decesso è stato causato da un mezzo operatore e l’incendio che 11 giorni dopo ha devastato l’impianto della Gesam è doloso.

Niente è più importante della verità. Non arrivarci mai è una condanna peggiore della morte stessa. Il non sapere come sono andati i fatti, chi sono i colpevoli, come è morta la persona a noi cara o dove è finito il suo corpo, è il fulcro di un’angoscia, di un logorio dell’anima, del cuore e della mente, che rivoluzionano l’esistenza e la proiettano in una dimensione parallela offuscata da un’ombra perenne, un’ombra fatta di attesa infinita, di speranze che sprofondano in improvvise delusioni, di rabbia e dolore. I parenti di Antonio gridano sui social la loro promessa: “Avrai la giustizia che meriti”. Antonio Masia era una brava persona, chi lo ama e lo conosce sa che al di là delle apparenze la verità è un’altra; la paura di non riuscire a provarla, o di non essere ascoltati dalle autorità giudiziarie affinché facciano chiarezza, o che ci si accontenti in termini ufficiali di una verità che non è verità, genera un indicibile senso di impotenza e frustrazione. Perché la verità è l’unica via per arrivare alla giustizia.

Giustizia così bramata, invocata, pretesa e guadagnata, talvolta, grazie alle spinte, alle insistenze, ai sacrifici di tutti quei famigliari che rifiutano di arrendersi anche davanti a ostacoli che sembrano insormontabili. Quanti casi di cronaca nera in Italia chiudono e riaprono le indagini a distanza di tempo su promozione accanita da parte dei parenti delle vittime? Pensiamo al popolo invisibile degli scomparsi, pensiamo a Denise Pipitone e ai suoi genitori che con la caparbietà che solo un padre e una madre possono conoscere, proclamano a gran voce su un recente manifesto: “Non molleremo, andremo avanti finché non otterremo verità e giustizia”. Pensiamo alla madre di Marco Vannini, alla rabbia che ha dovuto urlare nei vari programmi televisivi perché venisse ascoltata; o al padre di Serena Mollicone, che per 21 anni ha lottato per dare un nome agli assassini di sua figlia e che con questo dolore irrisolto è purtroppo morto prima di avere giustizia. Pensiamo a Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, che dal 1983 si batte come un leone e del disvelamento del più emblematico caso italiano di scomparsa ha fatto una ragione di vita.

Quanto amore e ostinazione in tutte queste storie. Ogni appello per la verità costa lacrime e sangue. Possiamo solo sperare che tutti ricevano sempre il giusto accoglimento.


 

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