Dopo la sconfitta: sinistra, le parole da ritrovare
Tolte le cosiddette regioni rosse, o rosate, il Paese Reale pretende parole chiare che possano sostituire gli slogan di cui la destra lo infarcisce quotidianamente, ma noi non sappiamo dargliele – IL COMMENTO
È davvero stupefacente, ma anche un po’ deprimente, notare fino a che punto, dopo la recente sconfitta elettorale, la cosiddetta intellighenzia progressista del nostro Paese, non solo esista, ma sia in perfetta salute. Per alcuni questa è un’ottima notizia rivelatrice del fatto che sotto la cenere del conformismo, e del silenzio assenso, covava un’elaborazione impensabile e impensata. Per me no. Questa improvvisa furia disquisitoria, i dibattiti sugli errori della sinistra hanno raggiunto in questi giorni livelli parossistici, mi pare di per se stessa il problema a monte, se non l’errore principale, che ha causato la giusta sconfitta della sinistra attuale. E non dico tanto il fatto di dibattere in sé, quanto di farlo puntualmente, come si dice dalle mie parti, “a babbo morto”. Sarebbe a dire che, finita la scadente e silente campagna elettorale, dove tra Saloni, salotti, convegni, kermesse, vernissage, eventi, grandi battaglie di principio, per i nostri maîtres à penser non c’era stato troppo tempo per occuparsi del prosaico contingente locale, si scopre che, in proposito, avevano un sacco di idee e di opinioni importantissime. Peccato che siano state espresse fuori tempo massimo, quando cioè, quelle idee, quelle opinioni, si presentano decisamente indebolite dai fatti, e, di conseguenza, decisamente innocue. Esternazioni che hanno l’aria di contributi, ma sono semplicemente coccodrilli per ricordare il cadavere eccellente che è il pensiero progressista, attualmente, in Italia. Uno dei punti cardine di questa recrudescenza argomentativa, seguita a mesi di afasia, è quello del lessico. Cioè dell’assenza sistematica di parole per esprimersi, e, quindi, la constatazione che la realtà non sia un argomento troppo interessante per queste menti elette. Elette in senso metaforico si intende.
È in corso, da trent’anni a questa parte, dal mai elaborato trauma berlusconiano, un fraintendimento costante tra il grado del dibattito e l’argomento del dibattito. L’idea cioè che ci siano questioni di destra contro questioni di sinistra che si confondono con uno stile di destra contro quello di sinistra: prosaico, mal detto, politicamente scorretto il primo, elevato, ben espresso, politicamente corretto il secondo.
Ora fare questa equazione significa spesso, soprattutto per la sinistra, non prendersi mai, o non più, la responsabilità civile e civica di spostare la linea dei contenuti dal dilettevole del sacrosanto discettare elevato: principi primi, cittadinanze universali, diritti civili, massimi sistemi, all’utile del pronunciare, anche saltuariamente, parole come salario, affitto, bollette, fine mese eccetera.
La distanza che c’è tra noi, sul piano attico di quel palazzo che è la Patria, dentro alla bolla in cui, attentissimi al look, si può chiacchierare amabilmente di cose belle, mentre gli altri, malvestiti e rustici si aggirano nelle cantine e nelle fogne. Il punto è che organizzare una bella gita, con tanto di torcia, nelle sporche e ammuffite cantine e fogne di quel palazzo, ci avrebbe aiutato a constatarne lo stato di salute delle fondamenta. E magari, ad avere voglia di sporcarsi gli outfits, qualche crepa, e profonda, l’avremmo notata per tempo. In realtà il problema della sinistra italiana è di rappresentare il terreno di ripascimento e di evoluzione del modello berlusconiano: città da bere, politica dei proclami, narcisismo maniacale. Con in più, e peggio, tendenze autolesionistiche e fuoco amico sistematico.
Tolte le cosiddette regioni rosse, o rosate, il Paese Reale pretende parole chiare che possano sostituire gli slogan di cui la destra lo infarcisce quotidianamente, ma noi non sappiamo dargliele. Chiediamo all’uomo comune che faccia un salto carpiato dall’ansia del mutuo e della bolletta che aumentano, e gli proponiamo l’ansia dello studente, figlio di emigrati regolari, e il suo indiscutibile diritto alla cittadinanza, senza capire che risolvere, o perlomeno affrontare, la prima ansia renderebbe la seconda assai più comprensibile.
Quando manca la caratura della società in cui si agisce è soprattutto il potere di incidere a soffrirne. E infatti per un logico ribaltamento antropologico le destre populiste appaiono come paladine degli ultimi, mentre le sinistre col Rolex appaiono arroccate nei lounge bar a consumare apericene.
La difesa del reddito di cittadinanza ha fatto rialzare la testa al partito moribondo come il Movimento Cinque Stelle, mentre le lotte di palazzo, a chi aveva il narcisismo più grosso, hanno dissanguato il Partito Democratico. Ma nonostante ciò sfugga ai nostri improvvisamente ciarlieri intellettuali, alle belle addormentate improvvisamente destate, il centro destra è ancora minoritario in questo Paese e la vittoria della Meloni non ha niente a che fare con la coalizione con la quale dovrà governare se ci riesce.
Il punto vero è che mentre la destra è fieramente definibile, la sinistra di questa Nazione naviga nel non detto. Quando è al governo fa una politica sostanzialmente socialdemocratica, quando è all’opposizione, come accade per esempio in Sardegna, non fa nessuna opposizione, o recita un’opposizione in nome di un “do ut des” istituzionale in cui è più pressante accordarsi sugli incarichi che sostenere il punto di vista di cui si dovrebbe essere portatori. Meglio una poltrona che un’esternazione. Meglio un incarico che dire qualcosa di sinistra. Scientificamente.
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