La Nuova Sardegna

Guerra in Ucraina

Putin agita lo spettro della bomba

Nicolò Migheli
Putin agita lo spettro  della bomba

La strategia del Cremlino

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Con l’annessione delle quattro regioni ucraine le prospettive del conflitto cambiano totalmente. Quel territorio, considerato Russia, per la retorica putiniana, forse non solo sua, resta non cedibile. Per gli ucraini le annessioni di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia, diventano l’impedimento primo per ogni trattativa. Ora ancor di più, visto che sul campo mantengono l’iniziativa. Putin minaccia l’uso dell’arma nucleare, lo fa da quando è iniziata la guerra.

Kissinger preoccupato dice che bisogna impedire l’escalation. La dottrina militare russa ne prevede l’uso quando il territorio russo venisse attaccato o l’esistenza stessa del Paese fosse messa in dubbio; formula volutamente generica ed ambigua. L’uso del nucleare in Ucraina sarebbe una escalation per procurare una de-escalation, in modo da provocarne la resa. Non diverso da come è avvenuto nel 1945 in Giappone, non a caso citato da Putin nel discorso del 21 settembre. Solo che allora gli Usa erano gli unici a detenerlo. In 70 anni tutto è cambiato, il deterrente atomico è diventato un’arma politica in mano a più attori. Fino al 1994 anche l’Ucraina aveva la sua atomica ereditata dall’Urss, che in seguito al Memorandum di Budapest venne consegnata alla Russia in cambio di una garanzia di non aggressione. Se Kyiv avesse ancora la Bomba la Russia l’avrebbe invasa? Il governatore della Cecenia Kadyrov, critico per come il ministro Shoigu sta gestendo il conflitto, invita il Cremlino all’impiego del nucleare “tattico”. Un’arma dal potenziale ridotto, ma con effetti devastanti non solo sul terreno ma nella psicologia della guerra. Chi la usa deve essere preparato all’impiego di quella strategica. Un limite che dal ’45 non è stato mai superato, neanche durante la guerra di Corea. Sulla minaccia russa si confrontano due ipotesi.

La pessimista si rifà alla scala di Herman Kahn degli anni ’60, che prevede 44 scalini e che in molti considerano superata. Secondo la classificazione di quell’esperto militare, oggi saremmo in procinto del 21° scalino: guerra nucleare limitata e dimostrativa. Atto che prevede che l’escalation sia condivisa da più soggetti. In Russia i codici nucleari sono divisi tra Putin, il ministro della difesa Shoigu e il capo di Stato Maggiore Gerasimov. Ci vorrebbe un accordo tra i tre. La catena di commando che deve materialmente eseguire l’ordine lo farà? Sono persone come noi, hanno genitori, figli, mariti, mogli ed amici; sanno che dopo non si potrà più tornare indietro, che le conseguenze sarebbero disastrose con un allargamento del conflitto a più Paesi. È la tesi ottimista dell’istituto di ricerca internazionale Chatman House, il quale sostiene che le procedure russe d’impiego del nucleare sono molto alte. Esistono controlli e barriere prima che venga presa in considerazione l’uso dell’arma. James Nixey direttore del programma Russia-Eurasia di quell’istituto, afferma che il dispiegamento dell’arma non è impossibile ma rimane improbabile.

La minaccia più che contro l’Ucraina, sarebbe contro la Nato e l’Europa, che hanno già risposto, prevedendo ritorsioni pesanti non nucleari. Un passo ulteriore di Putin verso le nostre opinioni pubbliche in quella strategia della paura che minaccia l’inverno freddo per la fine delle forniture di gas. Convincere europei e Nato ad abbandonare l’Ucraina al suo destino. Non siamo nella testa di Putin, non sappiamo come potrebbe reagire a una pesante sconfitta militare. L’impressione è che l’autocrate abbia legato la sua sopravvivenza politica, forse anche fisica, alla vittoria. Margarita Symonian direttrice di RT e opinionista televisiva popolare, sua propagandista, ha detto che restano solo due possibilità: la vittoria russa o la guerra nucleare. Siamo costretti a vivere in un clima di grande incertezza, con il rischio che ogni approccio razionale venga abbandonato, perché l’ambiguità porta spesso a calcoli errati, a gesti catastrofici. Resta ancora la speranza che prevalga la ragione, se non in Putin, nel sistema.

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