La Nuova Sardegna

Calcio e violenza

Se i cattivi maestri sono i genitori

di Gianni Bazzoni
Se i cattivi maestri sono i genitori

Ci sono società che li hanno messi fuori dal campo, domenica compresa - IL COMMENTO

25 ottobre 2022
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I campionati giovanili sono partiti appena da qualche giornata ed ecco che ci siamo già. Dove eravamo rimasti? Ai genitori tifosi, anzi ultras, invadenti, minacciosi e violenti. Il primo segnale è arrivato subito: conferma che la maggior parte dei papà (ma anche mamme) non sono cambiati, in molti casi sono peggiorati. Si sentono parte in causa, direttamente coinvolti, iper-esigenti, seguono tutti gli allenamenti e sono sempre in prima fila alle partite. Urlano per “pilotare” il ragazzino in campo, perché ne sanno più di tutti anche dell’allenatore che parla poco, non come quello dell’altra squadra. Competizione esasperata, e basta un niente per sbarellare. Come è successo domenica nella partita di calcio Under 17 tra Latte Dolce e Alghero.

In campo adolescenti, ragazzini che hanno bisogno di essere sostenuti, incoraggiati a migliorare. E in mezzo a loro l’arbitro, dell’età dei loro figli. Che deve avere l’autorità per farsi rispettare, per guidare tutti verso un confronto sano, basato sulla fiducia e sul rispetto. È la parte più difficile, perché non dipende da te e neanche da quello che ti hanno insegnato al corso o che hai imparato dai più anziani. Ormai da tempo la maggior parte dei ragazzini con il fischietto vengono accompagnati “sotto scorta” familiare all’appuntamento con la partita da genitori che ne vedono e sentono di tutti i colori. Dalle offese alle minacce di morte. Tante mamme hanno smesso di seguirli perché stavano male. E l’associazione degli arbitri ha deciso con coraggio e senso di responsabilità di stare sempre più vicino ai ragazzi/e-arbitro alle prime armi, per fargli capire che non si deve avere paura, che certi comportamenti sugli spalti si possono contenere e correggere. Scelte, formazione, iniziative innovative, social. Ma è una impresa al limite dell’impossibile, perché i genitori “proprietari” dei figli scaricano rabbia e frustrazioni che sono la sfumatura di un orizzonte più ampio. Non li ferma niente, si sentono legittimati a sprigionare violenza, non solo verbale. E la speranza che le colpe e la maleducazione dei padri non ricadano sui figli è al momento solo una speranza.

Le scuole calcio, quelle a pagamento, dove i genitori acquistano i cosiddetti kit (maglia, sacca, tuta e altro) e versano la quota mensile per i costi di gestione, hanno una formulazione che legittima certi comportamenti dei padri che sanno e possono tutto. Loro si sentono soci a tutti gli effetti e quindi in potere di dettare le regole, fare tattica, correggere posizioni in campo, suggerire atteggiamenti drastici come “tagliagli le gambe” quando l’avversario ti salta in dribbling.

Ma come si fa? E perchè non si riesce a fermare questa deriva pericolosa? Perchè il problema è lo stesso che si vive nelle scuole e riconduce alle famiglie, a una certa cultura difficile da cambiare, al mancato rispetto dei ruoli. Molti bambini hanno raccontato di vergognarsi di certi comportamenti di mamma e papà, di fare finta di non sentire.

Ci sono società che ci hanno provato e ci provano. Hanno messo i genitori fuori dal campo durante la settimana, domenica compresa. Qualcosina è cambiata, ma ogni volta ce n’è uno. Comincia con i gesti e una mimica nervosa, con un tono quasi normale. Poi perde il controllo urla e diventa rosso in volto, inarrestabile. Ed è inutile dare la colpa al Covid, perchè i problemi c’erano anche prima.

Bisogna avere il coraggio di dire che questo non è sport, non è gioco, non è divertimento. È solo l’inizio di una pratica antisportiva che trasmette ai ragazzi, alle generazioni future, un malessere degenerativo che chiude tutte le porte. Chi può reagisca, isoli i violenti, faccia diga sociale. E salvi i ragazzi, giocatori e arbitri.

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