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Pandemia, nuova fase: serve responsabilità

Eugenia Tognotti
Pandemia, nuova fase: serve responsabilità

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Come e in che misura inciderà in Sardegna l’annunciato cambio di passo del nuovo governo con lo stop all’obbligo vaccinale con due mesi d’anticipo e il reintegro di infermieri, operatori socio-sanitari e medici? Sembra giusto chiederselo oggi, a pochi giorni dall’ordinanza firmata dal neo ministro della Salute, in presenza dei numeri del Covid, comunicati ora, come richiesto da più parti, a cadenza settimanale, e non con l’ansiogeno bollettino di guerra quotidiano degli ultimi due anni pandemici. I dati, in generale, non sono ancora tali, in realtà, da lasciar intravvedere quel ritorno alla piena normalità che tutti auspichiamo.  

Nella settimana 27 ottobre-3 novembre si sono registrati 167mila nuovi contagi e circa 500 morti (di cui sei in Sardegna che registra 695 nuovi casi). Certo il contesto è cambiato rispetto al passato, così come i sintomi e la frequenza.

Il numero dei morti e dei ricoveri ospedalieri (nei reparti ordinari e in terapia intensiva) è in calo, ma il virus continua a circolare e la minaccia di nuove varianti è ancora all’orizzonte. Insomma, Sars-CoV-2 non si è trasformato in un’infezione endemica con cui possiamo stabilire, almeno per ora, una pacifica convivenza.

La normalità che abbiamo perduto con l’avvento della pandemia non è proprio dietro l’angolo. Rassicurano quindi solo in parte le affermazioni del ministro Schillaci nel presentare il decreto che fortunatamente proroga fino al prossimo 31 dicembre l'utilizzo delle mascherine per gli utenti e i visitatori nelle strutture sanitarie, sociosanitarie e socioassistenziali.

E tuttavia, in molte realtà, le scelte dell’esecutivo di reintegrare i medici no vax e di sospendere l’obbligo vaccinale per il personale sanitario hanno sollevato critiche che arrivano da più parti. Particolarmente dure le prese di posizione del mondo medico-scientifico e dei sindacati, tra cui il più grande e rappresentativo, quello degli ospedalieri, che ha parlato dell’azzardo di un messaggio che, anticipando il reintegro, abbassa la percezione del rischio e assume agli occhi dell’opinione pubblica il significato di un «liberi tutti».

È un fatto che nei reparti ospedalieri ci sono malati fragili e vulnerabili più esposti al rischio di ammalarsi gravemente. E che gli ospedali sono luoghi privilegiati nella catena del contagio. Sul tappeto anche un ambito cruciale, quello deontologico: rifiutando di vaccinarsi, è la denuncia, i medici vengono meno al dovere di ridurre al minimo la probabilità di causare danni al paziente (principio di non-maleficenza).

In più, oltre alle proteste di alcuni governatori di Regioni, tra cui Puglia e Campania, il reinserimento per gli “amnistiati” e per i sanitari che hanno rifiutato la vaccinazione comporterà qualche problema, anche sul piano della organizzazione dei servizi e forse anche nell’ambiente di lavoro. Mentre non è certo che le nuove risorse umane e professionali disponibili siano sufficienti a colmare i vuoti di personale sanitario.

Che cosa aspettarsi in Sardegna dal rapido cambio di strategia nella gestione del Covid? Difficile prevederlo. C’è da augurarsi che anche nell’isola, a seconda delle situazioni in cui si troveranno a operare, i responsabili di strutture sanitarie – attenendosi alle procedure - tengano conto dei singoli casi nel reintegrare i medici no vax in compiti che implichino il contatto con malati fragili.

Non sono disponibili dati certi sul numero dei medici sospesi nei mesi scorsi nell’isola per non aver effettuato la vaccinazione anti-Covid e pronti a tornare in servizio. Secondo alcune stime – e senza calcolare personale infermieristico e ospedalieri, sarebbero meno di duecento – tra pensionati e medici che lavorano nel privato – distribuiti tra nord, centro e sud.

La cosa di cui occorre prendere atto è che siamo in una fase nuova della storia della pandemia in cui dovrà esercitarsi la responsabilità sociale e quella individuale, mai così cruciale.
 

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