La protesta dei medici, voci di donne sul disastro sanità
I media, concentrati questi giorni sul Qatargate, hanno concesso poco spazio alla rabbia dei medici e dei dirigenti sanitari che hanno manifestato a Roma, in piazza Santi Apostoli - IL COMMENTO
Peccato che i media – concentrati questi giorni sul Qatargate – abbiano concesso poco spazio alla rabbia dei medici e dei dirigenti sanitari che hanno manifestato a Roma, in piazza Santi Apostoli. Sarebbe stato importante non solo sentire la voce di chi tiene faticosamente in piedi – e con quale fatica! – la gestione del servizio pubblico nazionale, le cui disfunzioni arrivano a tutti noi – sani e malati- sotto forma di criticità nell’accesso ai servizi di prevenzione e cura e nei tempi biblici di interventi e visite. Ma non solo. Da quella protesta di piazza- inusuale di per sè – sarebbe arrivata un’altra faccia – che chiamerei “di genere” – della crisi che sta attraversando la Sanità. Ad illuminarla le testimonianze delle donne medico che lavorano in prima linea.
Donne su cui ricade una parte importante del lavoro di assistenza e cura, dagli ospedali ai pronto soccorso ai presidi di medicina territoriale. «Cara Giorgia sono una donna, sono una medica». Le manifestanti si sono rivolte direttamente alla presidente del Consiglio anche in quanto donna, capace, come tale, si presume, di sentire “fin nelle viscere” – come ha affermato una delle manifestanti dell’AO di Sant’Andrea a Roma – la responsabilità della cura della salute. Lo sguardo femminile ha colto così ogni aspetto dell’emergenza, componendo un affresco a tinte forti: le pessime condizioni di lavoro, i tagli alla Sanità, i contratti scaduti, le montagne di ore non retribuite, l’emorragia dei medici – sette al giorno – che se ne vanno dal Servizio sanitario nazionale e scelgono il privato. Nonché il nuovo, deplorevole fenomeno dei “mercenari”, dei medici a gettone, originato dal mancato ricambio e dalla carenza del personale tra ospedali e territorio.
«Mi capita di lavorare con colleghi ‘gettonisti’ – ha affermato una delle intervenute – che prendono mille euro a turno facendo arricchire cooperative di dubbi natura». Non sono mancate le denunce sulle difficoltà di conciliare i tempi di vita e di lavoro che si aggiungono alle difficili condizioni di lavoro nei pronto soccorso, diventati una trincea con “truppe” sempre più scarse, dato che i concorsi vanno deserti. A segnalare rischi di varia natura, più frequenti nei confronti delle donne (intimidazioni e aggressioni in alcuni territori a bassa legalità), una dirigente veterinaria Asl di Roma che ha denunciato anche la mancanza di sicurezza in un settore che comporta il controllo degli alimenti di origine animale, la protezione del patrimonio zootecnico dalle malattie infettive. Si tratta di compiti di vigilanza e accertamenti «con ruoli spesso sgraditi agli operatori del settore per le implicazioni anche economiche che possono derivare dalle nostre azioni».
E qui gli straordinari – come capita nei pronto soccorso e in altri ambiti – sono la regola: «capita spesso di lavorare in perfetta solitudine e con orari di lavoro ben superiori alle 38 ore settimanali previste dal contratto, a volte in territori difficili per condizioni sociali ed economiche». Hanno chiesto con forza, tutte le intervenute, in diversi ruoli e posizioni di responsabilità, di poter lavorare con serenità. Cosa che esige la revisione del finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale in modo che sia possibile mettere in campo «un piano di assunzioni coerente con il reale fabbisogno di personale, condizione indispensabile per poter lavorare in sicurezza».
Anni di tagli e di scarsa programmazione – complice anche il Covid-19 – hanno provocato uno sfascio della sanità pubblica per il quale dovrebbero fare mea culpa vari governi e forze politiche di destra e di sinistra, nonché quello attuale la cui manovra ha spinto la mobilitazione intersindacale di nove sigle. «Non distruggere un altro gioiello italiano, non cedere ai privati il sistema sanitario. Siamo stanchissimi, potremmo anche scegliere di mollare’», ha detto una delle intervenute, rivolgendosi alla premier. E al governo, e alla politica in generale, ha indirizzato un durissimo messaggio una dottoressa, medica da 15 anni in Pronto Soccorso: «non vi perdonerò mai di aver reso insopportabile e faticosissimo esercitare la professione più bella del mondo. Ma, nonostante questo, sento di volerci ancora stare dentro a questo nostro servizio sanitario nazionale. Non mi arrendo. Non mi voglio arrendere». Orgoglio, attaccamento a valori professionali e volontà di non abbandonare il campo del SSN, un patrimonio da conservare. C’è ancora speranza, dopotutto, per una Sanità pubblica rinnovata da finanziamenti e risorse.
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