La Nuova Sardegna

Il caso De Filippi

La fame di selfie calpesta il lutto

di Silvia Sanna
La fame di selfie calpesta il lutto

Dietro la richiesta alla moglie di Maurizio Costanzo c’è un rapporto tossico con i social, l’urgenza di documentare tutto

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Era la richiesta più temuta, quella che faceva sudare freddo e aumentare di botto le palpitazioni: “Procura la foto del morto”. Succedeva dopo un fatto di nera, quando non c’erano immagini messe a disposizione dalle forze dell’ordine e Internet, i social e whatsApp non esistevano. I giovani cronisti, di fronte al tono gentile ma fermo del caposervizio, avevano una sola possibilità: fare un lungo sospiro e andare. Ce ne voleva di coraggio, perché per rimediare la foto bisognava infiltrarsi nei luoghi del dolore, tra i familiari della vittima, intrusi catapultati in uno spazio intimo con un preciso obiettivo.

La missione era difficile e non sempre andava in porto, perché il ruolo del giornalista – chiamato a informare attraverso parole e immagini – in quei contesti privati e rigati dal lutto non sempre veniva compreso. Anzi capitava di beccarsi anche qualche insulto che faceva male (“insensibile”, sciacallo”, vergognati”) al quale era però inutile replicare perché nessuna spiegazione sarebbe stata accettata.

E allora i cronisti si ritiravano in buon ordine, consapevoli che il caposervizio non sarebbe stato contento nel vederli ritornare in redazione a mani vuote, ma forse avrebbe capito che il compito assegnato non era semplice. Perché nelle situazioni di dolore la prima regola è mostrare rispetto. E il cronista che nella camera mortuaria prendeva posto con il cuore in gola accanto ai parenti del defunto questo principio lo teneva ben saldo.

Mai avrebbe pensato che qualche anno dopo due illustri sconosciuti avrebbero chiesto alla vedova famosa di un uomo ancora più famoso di fare un selfie a due metri dalla bara. Il loro scopo non aveva nulla di professionale, non erano lì per documentare un evento, come appunto fanno i cronisti.

Quei due sconosciuti quel selfie a Maria De Filippi, sotto choc per la morte del marito, lo hanno chiesto per mostrarlo agli amici, dire “io ce l’ho”, farlo girare in qualche chat, vantarsi del trofeo. Solo questo. E lo hanno fatto come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Quanto accaduto nella camera ardente di Maurizio Costanzo è la conferma dello stato di confusione in cui da tempo viviamo, una condizione in cui documentare tutto, senza filtri, senza remore, senza rispetto, è diventata la regola. Lo vediamo tante volte in occasione di incidenti stradali, con i video pubblicati su Facebook prima dell’arrivo dei soccorsi e prima ancora che le famiglie siano informate, o di pestaggi con minori coinvolti, dove uno picchia e l’altro gira il video, scatta le foto e, perché no, si fa un selfie sorridente riprendendo alle sue spalle un volto sanguinante.

Un’ossessione, una malattia che denota un rapporto profondamente tossico con i social, una smania di apparire sempre e comunque che genera invadenza e indifferenza verso i sentimenti altrui. Maria De Filippi ha reagito in maniera composta e garbata alla richiesta assurda dei due sconosciuti che in apparenza erano lì soltanto per porgerle le condoglianza. Avrebbe avuto invece il diritto di dire no e indignarsi a voce alta, perché quella che ha subito è un’autentica molestia.

Un atto di inciviltà mostruoso, di sciacallaggio, rispetto al quale la richiesta di una foto, formulata sottovoce dal cronista di nera in camera mortuaria, ha il tocco leggero di una carezza.

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