La Nuova Sardegna

Il provvedimento

Migranti, deve cambiare la gestione dei flussi

di Gian Paolo Demuro
Migranti, deve cambiare la gestione dei flussi

Un’azione congiunta a livello internazionale è l’unica in grado di affrontare uno dei drammi del nostro vivere contemporaneo

16 marzo 2023
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La risposta si attendeva ed è arrivata, con lo svolgimento – dal significato importante e simbolico – del Consiglio dei Ministri a Cutro, luogo dell’ennesima strage di migranti, e con un atto formale, l’emanazione di un decreto legge con i primi provvedimenti in tema di flussi di ingresso legale dei lavoratori stranieri e di prevenzione e contrasto dell’immigrazione irregolare. L’enfasi mediatica ha posto l’accento sull’introduzione di un nuovo reato che punisce gli scafisti.

Ma non è privo di senso che la stessa intitolazione del decreto sia rivolta innanzitutto alla gestione dei flussi migratori (legali) e che la prima parte del provvedimento preveda l’ingresso di forza lavoro in Italia, con la possibilità che la quota di migranti a cui concedere il visto, programmata ora triennalmente, possa essere aumentata con un semplice decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri: altrettanto essenziale è che quote riservate siano destinate a lavoratori di quegli Stati che promuovano iniziative di disincentivo all’immigrazione clandestina. Insomma il primo messaggio è che con questo Governo non esiste una chiusura all’immigrazione per motivi di lavoro, dunque una spinta a preferire la via della legalità (indicativa anche la parte dedicata alle agromafie) per raggiungere un obiettivo comunque difficile. Quanto questo messaggio possa essere colto dalla massa di disperati che premono sulle frontiere del mondo occidentale è difficile da dire, ma aver inviato questo segnale è importante anche per rafforzare la stessa posizione dell’Italia a livello europeo e in una dimensione internazionale dalla quale non si può prescindere. Dopo questa impostazione realistica e in fondo strategica viene la parte dedicata alle sanzioni, che ripercorre strade già seguite, con l’introduzione del reato di “Morte o lesioni come conseguenza di delitti in materia di immigrazione clandestina”, che si affianca alle già esistenti figure delittuose: si punisce con pene severissime (fino a trent’anni di reclusione quando dal fatto derivi la morte di più persone) chi promuove, organizza, dirige, finanzia o effettua il trasporto di stranieri nel territorio del nostro Stato o il loro ingresso illegale, quando il trasporto o l’ingresso sono attuati con modalità pericolose per la vita o per l’incolumità o con trattamenti inumani o degradanti (il che accade pressoché sempre). Dal punto di vista retributivo la sanzione si può comprendere, data la carica innata di pericolosità per la vita delle persone trasportate che è propria di questi terribili viaggi (il barcone di Cutro era assemblato con le graffette), ma le sanzioni colpiranno – è facile prevedere – l’ultimo anello della catena criminale, cioè chi “effettua” il trasporto, mentre la punizione dei promotori, organizzatori, dirigenti e finanziatori comporta una collaborazione con Stati la cui disponibilità è – come purtroppo si sa – tutt’altro che scontata. Con la ulteriore difficoltà della individuazione dello “scafista”, talora addirittura ingaggiato tra gli stessi migranti per l’ultimo tratto di navigazione. In breve: comprensibile la misura repressiva, dubbio l’effetto preventivo.

Non sarà dunque questa misura a essere risolutiva, come non può essere il diritto penale da solo a risolvere problemi epocali: potrà servire magari per trasmettere un senso di sicurezza, effimero però, pronto a essere spazzato via dalla prossima tragedia. Va allora valorizzato il complesso – animato da un opportuno realismo – della prima risposta normativa arrivata con il decreto legge, senza fermarsi al nuovo reato, con la consapevolezza che una posizione forte e risoluta, basata su legalità e umanità, è il primo, necessario, passo per un’azione congiunta a livello internazionale, l’unica in grado almeno di affrontare, se non risolvere, uno dei drammi del nostro vivere (e per taluni nel mondo sopravvivere) contemporaneo.

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