La Nuova Sardegna

I flussi

Immigrati, perché ne abbiamo bisogno

di Marco Impagliazzo
Immigrati, perché ne abbiamo bisogno

il contributo sostanzioso degli immigrati regolari al sistema pensionistico è ormai da tempo universalmente riconosciuto, ma per la prima volta si spiega che anche la tenuta dei conti pubblici italiani dipenderà, negli anni a venire, dai flussi migratori, cioè da coloro che devono ancora arrivare

18 aprile 2023
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Un’immigrazione utile. Anzi virtuosa. Almeno così ne parla la relazione che accompagna il Def, il documento di programmazione economica e finanziaria appena licenziato dal governo. Perché mentre il contributo sostanzioso degli immigrati regolari al sistema pensionistico è ormai da tempo universalmente riconosciuto, per la prima volta si spiega che anche la tenuta dei conti pubblici italiani dipenderà, negli anni a venire, dai flussi migratori, cioè da coloro che devono ancora arrivare.

Questi arrivi, sempre secondo il documento governativo, se aumentassero del 33 per cento rispetto a quelli attuali farebbero calare il debito pubblico di ben 30 punti. Al contrario, una riduzione dei flussi lo farebbe salire pericolosamente dato che, da un lato verrebbe meno la manodopera necessaria a sostenere lo sviluppo economico, dall’altra crescerebbe la domanda di prestazioni assistenziali e sanitarie. Le previsioni contenute nella relazione che accompagna il Def tengono ovviamente conto dell’ormai pauroso calo della natalità nel nostro Paese, fenomeno che – secondo gli esperti - anche in presenza di auspicabili incentivi e aiuti alle famiglie, non potrà assistere a un’inversione di rotta in tempi brevi. Dal 2018 a oggi il nostro paese ha perso più di un milione di abitanti e solo nel 2022 si sono registrate 179 mila persone in meno sul territorio nazionale rispetto all’anno precedente. Sempre nel 2022 abbiamo avuto il picco più basso di nascite dall’unità d’Italia, appena 393 mila. L’altra faccia di questa realtà è il costante invecchiamento della popolazione. Il fatto preoccupante è proprio che questo squilibrio demografico non viene più compensato con il flusso di arrivo dei migranti, così come avveniva almeno in parte fino a qualche tempo fa. La popolazione straniera regolarmente presente è infatti rimasta più o meno costante dal 2015 ad oggi: dai 5 milioni e 400 mila di 8 anni fa si è giunti agli attuali 5 milioni e 500 mila, nonostante gli anni dei grandi sbarchi 2015-2016, a cui si deve aggiungere il 2022. Il motivo è presto detto. Anche se l’Italia è da oltre trent’anni terra di arrivi via mare di migliaia e migliaia di persone, sono pochi coloro che si fermano. Un esempio per tutti. Il picco degli arrivi con i cosiddetti barconi si è verificato nel 2016 con 181.436 persone. Tra loro c’erano oltre 140 mila siriani in fuga dalla guerra in corso in quel paese. Bene, quasi nessuno di loro ha scelto di restare. L’Italia è da considerarsi infatti a tutti gli effetti un paese di transito. È la porta di ingresso dell’Europa, un grande hub che serve da piattaforma per dirigersi il più presto possibile verso altri paesi dell’Unione e ciò lo si può dedurre facilmente anche dalle richieste di asilo presentate nel 2022 nei vari Stati europei.

I dati di Eurostat collocano la Germania in prima posizione con 217.735 domande; segue la Francia con oltre 137 mila richieste; la Spagna con 116 mila; l’Austria con 106 mila mentre solo al quinto posto compare l’Italia con 77 mila domande di protezione. E ciò nonostante il nostro paese abbia avuto l’anno scorso il più alto numero di ingressi via mare. In altre parole, la gran parte delle persone che sbarcano nelle nostre coste continuano il loro viaggio verso la Francia, la Germania, la Gran Bretagna ed altri paesi dove molti di loro hanno legami familiari e amicizie. Lo si è visto con il terribile naufragio di Cutro dove molti morti sono stati identificati da parenti giunti da altri paesi europei. Per rispondere alle aspettative del Def bisognerebbe quindi allargare in modo soddisfacente i flussi stabiliti con decreto in modo da raggiungere una soglia che permetta di rispondere alle esigenze dell’economia. Ma sarebbe anche opportuno che le persone giunte sulle nostre coste, dopo lo sbarco, possano trovare un percorso facilitato di integrazione che preveda la possibilità di lavorare regolarmente e di essere formati per quelle tipologie di lavoro di cui c’è carenza nel nostro sistema produttivo. Un processo che andrebbe avviato il più presto, prima che sia troppo tardi per tutti: per gli italiani come per i migranti.

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