La Nuova Sardegna

L'area calda

Il nuovo scacchiere mediorientale

di Nicolò Migheli
Immagine di guerra nello Yemen, conflitto che va avanti dal 2014
Immagine di guerra nello Yemen, conflitto che va avanti dal 2014

Nell'area meno Stati Uniti e più Cina

22 maggio 2023
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Mentre gli occhi degli occidentali sono rivolti alla guerra russa contro l’Ucraina, il Medio Oriente cerca di comporre i propri conflitti ultradecennali. Da questo processo per il momento è esclusa la questione palestinese che con l’estrema destra al governo in Israele resta di difficile soluzione. Si è cominciato con il ristabilimento delle relazioni diplomatiche, rotte nel 2016, tra Iran e Arabia Saudita mediate dall’iniziativa di Pechino. Per la prima volta la Cina assume un ruolo che tradizionalmente in quel quadrante era stato degli Usa. 

L’allontanamento americano lascia spazio alle iniziative arabe. La Siria di Bashar al Assad viene riammessa nella Lega Araba, da dove era stata espulsa nel 2011, all’inizio della rivolta e per le pesanti repressioni governative contro l’opposizione. Fu l’inizio di un conflitto sanguinoso e distruttivo che ha procurato a quel Paese milioni di profughi interni e verso l’estero. Guerra che in vari modi ha coinvolto le potenze arabe e l’Iran in una guerra di procura rinfocolando la storica divisione tra le due componenti principali dell’Islam: la sunna e la sciia. Non solo, accendendo anche un confronto infra-sunnita, tra i Fratelli Musulmani e le componenti legate ai sauditi, coinvolgendo anche regimi laici come quello dei militari egiziani.

Non solo la Siria, anche nello Yemen si assiste a un cessate il fuoco nel confronto diretto e per procura tra Monarchie del Golfo e Iran. Il ritorno di al Assad nella Lega ha però dei prezzi, gli viene chiesto di accogliere senza alcuna punizione i ribelli e i profughi rifugiati all’estero, soprattutto in Turchia, Libano e Giordania. Nel processo di pacificazione per il momento sono esclusi i curdi che insieme agli Usa controllano i campi petroliferi dell’est siriano e sono soggetti agli attacchi turchi e di Damasco.

Gli unici arabi contrari al suo ritorno nella Lega sono il Qatar e il Kuwait. Doha è governata dai Fratelli Musulmani, così come la Turchia. Loro sarebbero i veri sconfitti della guerra siriana. Al Assad con questa quasi pace si guadagna l’impunità dai crimini di guerra e contro l’umanità che ha commesso in tutti questi anni. Bader Jamous, presidente della Commissione di negoziazione siriana presso l’Onu, ha dichiarato alla agenzia di stampa turca Anadolu, che la riammissione di Damasco nella Lega Araba non porterà a una pace sostenibile, anzi: «Il processo di normalizzazione con il regime siriano, senza raggiungere una soluzione politica, darà al regime capitale politico e sostegno internazionale, permettendogli di continuare a imporre il proprio controllo sul popolo siriano».

C’è anche un altro aspetto che probabilmente rientra negli accordi e di cui poco si è parlato. La notte del 7 maggio aerei giordani hanno bombardato in Siria una fabbrica di captagon. Il giorno seguente alla frontiera i doganieri di Amman hanno sequestrato 70 mila dosi di quella droga. Il captagon, cloridrato di fenetillina, detta anche droga della Jihad -sintetizzata dai nazisti negli anni ’40- comporta perdita di giudizio, resistenza alla fatica, abbandono di ogni inibizione. Chi l’assume è pervaso da un senso di onnipotenza. Damasco in questi anni ha usato quello stupefacente, invadendone il Medio Oriente, come fonte di valuta pregiata per pagarsi la guerra. Ogni dose viene venduta con un prezzo che oscilla tra i 5 e i 20 dollari.

Nel 2014 in Libano su di un jet privato, ne vennero sequestrate 2 tonnellate, furono arrestati 5 sauditi, tra i quali si disse, anche un principe. Eliminare quella droga, o almeno ridurne la circolazione, è diventato per i Paesi arabi un fatto di salute pubblica. I giordani, non fidandosi delle promesse di Damasco, hanno preferito agire pesantemente. Il nuovo ingresso ella Siria nella Lega porterà alla pace? Difficile dirlo. È di sicuro un passo importante per il raffreddamento del conflitto. Però le rivalità con al Assad al potere e l’opposizione divisa permangono.


 

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