La Nuova Sardegna

Il dolore di un padre

Il bisogno della verità

di Gianni Bazzoni
Il bisogno della verità

Per il delitto di Nule ci sono due condanne definitive, ma il risvolto atroce è il corpo mai ritrovato della vittima Stefano Masala per il quale adesso il Tribunale ha dichiarato la morte presunta

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Le sentenze attenuano solo in parte il dolore per un figlio che non c’è più. Ucciso e mai trovato. E quel corpo che manca è una violenza senza fine che si perpetua negli anni. Marco Masala, padre di Stefano, sa che non smetterà mai di cercare, andrà avanti finché ne avrà le forze per alimentare la speranza e credere che - prima o poi - cambi qualcosa. Il suo ragazzo è in un viaggio senza tempo, e la dichiarazione di morte presunta non è una resa. «Io me lo sento che lo ritroveremo», aveva detto. E alla moglie Carmela che glielo aveva chiesto poco prima di chiudere gli occhi per sempre aveva giurato: «Lo riporto a casa Stefano».

Sono passati poco più di otto anni ma è come se fosse ieri. Un figlio non si smette mai di cercarlo, anche se sono quasi finiti i luoghi: laghi, fiumi e campagne. Anche se ti dicono che non si sa più che fare e che se chi sa non dice dove lo hanno abbandonato quel figlio grande con l’innocenza di un bimbo, sarà difficile trovare Stefano. È una stagione del dolore che riparte da capo, manca sempre un pezzo, ma l’amore per un figlio è un filo solido che non si spezza mai. Marco e la famiglia di Stefano hanno sperato che fosse Alberto Cubeddu a fare ritrovare il cadavere del ragazzo di Nule. Poteva essere l’ultimo segno, un atto - questo sì di coraggio - per dare quel rispetto che una famiglia merita. Invece no, niente. Neppure una parola, una indicazione, una ipotesi su cui lavorare. E ora che per Stefano Masala è stata emessa la sentenza di morte presunta paradossalmente se ne parla più di prima, si continua a cercare. E non è solo la storia di Marco Masala e degli altri familiari, è una questione che riguarda Nule e l’intera la Sardegna. In paese lo dicono tutti: «Uno buono come Stefano non si tocca, non si fa del male a un ragazzo così». E chi l’ha attirato in trappola, chi l’ha illuso e tradito ha sempre un conto aperto con la giustizia che viaggia in un ambito indefinito, fra terra e cielo. Le condanne dei giudici seguono un percorso, poi ci sono gli uomini. La storia nera che unisce la morte di Stefano Masala a quella di Gianluca Monni - lo studente di Orune ucciso a fucilate il giorno dopo la scomparsa del 30enne di Nule - è un racconto infinito. Non si concluderà se prima non vengono ritrovati i resti di Stefano. È vero, ci vuole coraggio. Ce ne vuole tanto a smettere di cercare un figlio che ti è stato strappato via da chi non ha fatto neanche fatica a fare credere che all’appuntamento c’era una ragazza, come nelle favole. E ci vuole coraggio a dire la verità, a restituire il corpo di un figlio, a farlo tornare a casa in modo che gli possa essere data sepoltura. Un luogo dove portare un fiore e recitare una preghiera. Ma è un coraggio bello, che da speranza e ti regala una chance per fare pace con la vita, anche se in mezzo c’è la morte di due ragazzi di 30 e 18 anni. C’è una estate che fa fatica ad arrivare, disturbata di continuo da piogge e temporali, allagamenti e danni. Una incertezza che cambia il corso del tempo. Potrebbe essere una stagione nuova che si muove sul percorso della ripresa, l’estate di Stefano che torna a casa. In fondo basta poco, ci sono mille modi per indicare un luogo, per dire andate a vedere lì. Si può fare anche senza apparire. È la semplicità che diventa forza, che si veste di umanità e toglie quel dubbio che si debba essere per sempre e solo da una parte. Paolo Pinna e Alberto Cubeddu sono stati condannati con sentenze definitive. Il percorso della giustizia ha diviso le strade dei due cugini, il primo sconta una pena a 20 anni, il secondo l’ergastolo. Quello che resta oggi è un calendario bianco con i fogli al loro posto. Su uno di questi si può scrivere il nome di Stefano Masala in un giorno che sarà festa di dignità e di giustizia per tutta la Sardegna.

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