Abuso d’ufficio, che cosa cambierà con lo stop
L’ordinario di Diritto Processuale Penale nell'Università di Sassari valuta gli effetti del ddl Nordio, che secondo i sostenitori è un «giusto compromesso» per favorire l’efficienza della pubblica amministrazione
Il Consiglio dei ministri ha approvato il ddl Nordio in tutti i suoi punti, compresa l’abrogazione dell’abuso d’ufficio. Resta ora da superare il vaglio delle Camere, ma difficilmente sarà lasciato cadere questo elemento chiave della riforma, la quale mira a rivedere i rapporti tra autorità giudiziaria e pubblica amministrazione. La riforma portata avanti dal ministro Nordio non è altro che il più recente degli interventi legislativi che si vogliono attuare in proposito. Sono diverse le ragioni, che, ad avviso del ministro Nordio, consiglierebbero l’abolizione del reato di abuso d’ufficio: in particolare, quest’ultimo è accusato di aver notevolmente rallentato la burocrazia, generando nei pubblici ufficiali la “paura della firma”. Intesa come ritrosia ad assumersi le responsabilità per gli atti connessi al proprio ruolo, per il timore di indesiderate azioni giudiziarie. Il ministro Nordio ha comunque lasciato aperta la possibilità di introdurre nuovi meccanismi sanzionatori, se dovessero rivelarsi necessari anche per ottemperare agli obblighi internazionali che impongono la penalizzazione delle condotte corruttive.
L’effetto a cui mira la riforma della Giustizia è quindi quello di velocizzare e di rendere più efficiente la macchina burocratica. Di fatto, con l’imminente riforma, diversi comportamenti non saranno più punibili sotto il profilo penale (restando ovviamente impregiudicate eventuali responsabilità di tipo civile amministrativo e disciplinare) e sempre ovviamente che non si tratti di condotte idonee ad integrare altri più gravi reati (come corruzione, concussione, ecc.). Proprio questo horror vacui penalistico è alla base delle critiche rivolte alla riforma, alle quali il Ministro risponde rammentando un dato eloquente: c’è un enorme squilibrio fra iscrizioni nel registro degli indagati e condanne per la medesima fattispecie. Nel 2021 l’85% dei procedimenti per abuso d’ufficio si è chiuso con l’archiviazione. Questo significa che moltissimi pubblici ufficiali vengono ingiustamente accusati del reato (anche) a causa della estrema genericità del dato normativo, con grave danno alla loro reputazione e alla loro carriera, ma poi soltanto pochi di loro vengono effettivamente condannati. Oltretutto, come sottolineato dai sostenitori della riforma, esiste un “ampio catalogo” di reati riguardanti la pubblica amministrazione che garantisce (pur senza l’abuso d’ufficio) una tutela adeguata. La sua abolizione appare quindi come un giusto compromesso, anche se l’A.N.M. ha rilevato un problema non trascurabile: le indagini per abuso d’ufficio sono spesso la spia di reati ben più gravi, come la corruzione, e pertanto si rischia di lasciare una vera e propria falla nel sistema della giustizia. In applicazione del principio della retroattività della legge penale più favorevole, la cancellazione dell’abuso d’ufficio dal catalogo dei reati produrrà effetti rilevanti sia sui procedimenti in corso, sia su quelli già definiti con sentenza irrevocabile: con riferimento ai primi, si dovrà pervenire ad una archiviazione (se sono ancora in fase di indagine), ovvero ad una sentenza di proscioglimento immediato perché il fatto non è preveduto dalla legge come reato. Quanto ai procedimenti già definiti, le sentenze di condanna (e le sentenze di patteggiamento), ma anche le sentenze di proscioglimento per estinzione del reato (per es. per prescrizione), dovranno essere revocate dal giudice, ex art. 673 c.p.p., su richiesta dell’imputato o anche d’ufficio, con conseguente rimozione degli effetti giuridici comunque pregiudizievoli che scaturiscono dalla pronuncia di condanna passata in giudicato (pena principale, eventuali misure di sicurezza personali, pene accessorie, iscrizioni nel casellario giudiziale).
L’imminente riforma, dunque, potrebbe raccogliere i favori sia dei (molti) amministratori sottoposti ad indagini o rinviati a giudizio per abuso d’ufficio, sia dei (relativamente) pochi amministratori che sono stati condannati per il medesimo reato.
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