La Nuova Sardegna

Il viaggio di Blinken

Usa e Cina prove di dialogo

di Nicolò Migheli
Usa e Cina prove di dialogo

Il Segretario di Stato si reca a Pechino, incontra il ministro degli Esteri Quin Gang e il presidente Xi Jinping. Un viaggio non scontato dopo l’incidente dei palloni spia sui cieli americani

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Il Segretario di Stato Blinken si reca a Pechino, incontra il ministro degli Esteri Quin Gang e il presidente Xi Jinping. Un viaggio non scontato dopo l’incidente dei palloni spia sui cieli americani e, il ben più grave agli occhi cinesi, viaggio che nell’agosto scorso fece l’allora speaker della Camera Nancy Pelosi. In quell’occasione la Cina reagì con una settimana di manovre aggressive su Formosa e il Mar Cinese Meridionale. In più la guerra contro l’Ucraina che contribuisce, non poco, al gelo tra Washington e Pechino. Sul tavolo molte questioni: Taiwan e la guerra dei microchip, la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, la partita a scacchi reciproca per le basi nel Pacifico. La Cina sottrae a Taiwan come alleato le Isole Salomone, gli Usa rispondono aprendo una ambasciata e con accordo bilaterale di difesa con Papua Nuova Guinea versando 45 milioni di dollari per l’uso di una base militare. L’incontro è stato definito franco e costruttivo, dove quel “franco” nel linguaggio diplomatico vuol dire che gli argomenti sono stati affrontati in maniera anche dura, senza infingimenti e ipocrisie. Un primo passo che per alcuni osservatori sarebbe stato contraddetto da Biden definendo Xi un dittatore in un incontro privato.

In realtà niente di nuovo nella posizione Usa. Per il presidente non è solo uno scontro tra la potenza dominante e quella emergente, ma un conflitto tra i sistemi democratici e quelli autoritari. Il timore loro è che il modello cinese, decisionista, capace di un controllo totale della propria popolazione faccia breccia nel Sud Globale, con tutto quello che ne consegue in termini di prestigio, accordi economici e commerciali. Blinken a Pechino ha detto che non sono interessati all’indipendenza di Taiwan. Gli stessi osservatori l’hanno letta come un via libera alla Cina perché si riprenda l’isola. Ma è così? Quell’affermazione rispecchia l’ambiguità della posizione Usa che data dall’incontro tra Mao e Nixon del 1972, quando Washington riconobbe Pechino e il principio dell’unica Cina. Taiwan perse il seggio all’Onu dove fino ad allora rappresentava tutto il Celeste Impero e dagli Usa ottenne un ufficio di rappresentanza e un impegno non molto chiaro di difesa. Da allora molto è cambiato. Taiwan non è più una dittatura del Kuomintang, è diventata la democrazia più avanzata dell’Estremo Oriente, la fabbrica mondiale di microchip, il prodotto più strategico per l’industria di questo secolo. Perderli sarebbe consegnare in mano cinese il dominio industriale e scientifico per gli anni a venire. Non lo vogliono gli Usa, l’Occidente allargato, e le potenze regionali del Pacifico. Con l’annessione dell’isola il Mar Cinese meridionale diventerebbe un mare interno, specchio d’acqua dove transita la maggior parte del commercio mondiale.

Al protagonismo cinese gli Usa reagiscono circondandolo di alleanze regionali: Aukus, Quad e con un allargamento dell’impegno della Nato che vorrebbe aprire un ufficio di collegamento in Giappone. Macron è contrario a questa ipotesi. Mercoledì 22, Biden ha ricevuto alla Casa Bianca il presidente indiano Modi. Con Delhi i rapporti si vanno stringendo anno dopo anno in funzione anti cinese. Con la Russia l’India continua a mantenere i suoi rapporti storici. Benché il Sub Continente sia definito la più grande democrazia del mondo, sotto la presidenza Modi l’estremismo indù, seguito da provvedimenti governativi, si è scaricato sulle minoranze e sugli islamici in particolare. Tanto che Modi, è accusato di creare un sistema autoritario. Una politica di doppio standard a cui gli Usa ci hanno abituato. Contenere la Cina è per Washington l’obiettivo principale. Pechino dal suo canto pragmaticamente persegue i propri interessi, a giugno ha ridotto di due terzi l’import di petrolio russo, compra dall’Iran che pratica prezzi più bassi. Il limite cinese: non avere alleati. La Russia è diventata un suo satellite, l’unico rivale gli Usa. È il multilateralismo bellezza, direbbe Clinton.

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