La Nuova Sardegna

Disastro prove Invalsi

La rinascita parte dalla scuola

di Roberto Furesi e Pietro Pulina
La rinascita parte dalla scuola

È la prima, fondamentale trave della ricostruzione del Mezzogiorno. La gravità del ritardo rende urgenti misure strutturali e organizzative

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I risultati delle prove Invalsi, sostenute dagli studenti delle scuole di ogni ordine e grado e presentati di recente in Parlamento dal ministro Valditara, suscitano sincera preoccupazione per le sorti del Paese e, in particolare, del Mezzogiorno. Se la media nazionale delle prestazioni denuncia carenze strutturali di comprensione e stesura dei testi, nonché di calcolo ed elaborazione dei dati, per non parlare del rapporto con l’inglese, i confronti regionali appaiono sconfortanti, tracciando un quadro, per usare le parole del ministro stesso, di un’Italia divisa in due, con il Sud e le Isole gravati da un ritardo che tende ad accentuarsi nel tempo rispetto al centro-nord. In questo quadro di profondo disagio, la Sardegna spicca per la pressoché generale e diffusa pochezza delle performance dei nostri ragazzi.

In massima parte sono insufficienti in tutte le aree disciplinari sottoposte a verifica. Tale disagio era facilmente prevedibile già dall’analisi degli esiti dei test di ammissione ai corsi universitari a numero chiuso, a seguito dei quali i nostri Atenei dimostrano ormai da anni soglie di accesso ben più basse rispetto al resto d’Italia. Si può facilmente comprendere come la missione universitaria di formazione di una classe dirigente e di una nuova generazione di lavoratori, imprenditori, rappresentanti delle istituzioni e della cultura non possa che risentire sensibilmente di simili limitazioni nelle conoscenze e competenze in ingresso.

Ora, al di là delle legittime e fondate rivendicazioni circa il ruolo assunto dalla pandemia sulla dinamica delle prestazioni degli studenti, ciò che preoccupa maggiormente è l’assenza quasi totale di riflessioni in merito alle soluzioni politiche da adottare, a nostro avviso con urgenza, per riportare le nuove generazioni ai livelli di conoscenze, competenze e capacità necessari per competere sul mercato del lavoro ed essere protagonisti e non spettatori dello sviluppo della nostra società. Non ne parlano i giornali, attenti a sottolineare la frattura nord-sud, ma soprattutto non se ne fa cenno presso le fonti ministeriali, alimentando un sentimento per molti versi fatalista sull’ineluttabile irrecuperabilità del ritardo accumulato dal Mezzogiorno nei confronti del treno europeo. E invece occorre partire proprio da qui, dalla scuola.

È la prima, fondamentale trave della ricostruzione del Mezzogiorno. La gravità del ritardo rende urgenti misure strutturali e organizzative, riservando risorse eccezionali alle aule, alle strumentazioni, al personale. È necessario rivedere i criteri di presidio del territorio, evitando la desertificazione scolastica in territori già in spopolamento. Occorre dotarsi di nuove metodologie didattiche e di orientamento, che aiutino gli studenti nelle scelte e nella consapevolezza del patrimonio di cui l’istruzione li dota. Ecco, la consapevolezza è una parola chiave del problema. Al di là della denuncia dei ritardi e dell’attribuzione di medaglie e di maglie nere, nessun livello istituzionale sembra dimostrare di possedere la coscienza adeguata ad affrontare seriamente il problema. Diciamolo chiaramente, i professori sono per lo più rassegnati perché malpagati, demotivati e spesso presi a pistolettate e schiaffi, in aula e fuori, da studenti, famiglie e mezzi di comunicazione complici e conniventi. E con loro i dirigenti scolastici e le amministrazioni locali. Ed allora, forse, il problema sta proprio qui: siamo noi a non attribuire all’istruzione il giusto valore strategico, sociale, culturale e politico che dovrebbe ricoprire. E allora, leggendo questi risultati non facciamoci prendere dallo sconforto, né puntiamo il dito contro la scuola. E nemmeno accusiamo il ministro: chi ci governa ci rappresenta, e – purtroppo – in questo caso lo fa benissimo. Incominciamo noi. D’altronde, per dirla con Calamandrei, «trasformare i sudditi in cittadini è un miracolo che solo la scuola può compiere», a testimoniare che qui non è in gioco un voto o una prestazione. Qui ci giochiamo la libertà.

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