L’esposto presentato alla magistratura dai familiari del noto giornalista Andrea Purgatori, morto qualche giorno fa in seguito ad una malattia fulminante, ha dato il via a una diatriba su presunti errori di diagnosi e di cure che non sembra destinata a chiudersi tanto presto. Non solo e non tanto per i nomi delle eccellenze cliniche coinvolte.
E delle varie strutture pubbliche e private e delle varie branche interessate, da radiologia ad oncologia. O, ancora, per la notorietà di Purgatori – a cui è toccato dopo la sua scomparsa, di essere al centro di un “caso” da sbrogliare, seppure in un ambito lontano da quelli delle delicate inchieste di cui si è occupato, da Ustica al caso Orlandi. Ma, piuttosto, per lo scontro che si annuncia – dopo l’apertura di un fascicolo per omicidio colposo da parte della procura di Roma - che comporta una lunga guerra medico legale, a colpi di perizie mediche e scientifiche. Che difficilmente - ho l’impressione - porterà a una prova certa della colpa degli imputati o dell'esistenza di un nesso di causalità fra la morte e le terapie seguite da Purgatori. E questo al di là delle statistiche che ci dicono che più del 95 per cento delle denunce di omicidio colposo nei confronti dei sanitari viene archiviato in Italia, l’unico paese europeo, insieme alla Polonia, che considera la malpractice medica – ovvero gli errori - come una responsabilità penale. Si tratta di questione aperta da decenni e su cui di recente si è pronunciato anche il ministro della Salute Orazio Schillaci che ha parlato di una riforma annunciando una “depenalizzazione.
In campo due posizioni. Quelle di chi considera che è sbagliato decidere a priori, e per principio, che tutti gli errori siano potenziali responsabilità penali, che costituirebbe un eccesso persecutorio verso la categoria medica. E quelle contrarie di quanti argomentano che non è giusto che i medici godano di una particolare immunità. Per esempio, se l'errore medico è di natura dolosa; se intervengono corruzione e affarismo, come hanno rivelato alcuni fatti di cronaca di qualche anno fa. E, ancora, se si dimostra l'imperizia, come nei casi in cui viene effettuato un trattamento improprio o eccessivo, che crea un danno grave al malato o addirittura la sua morte. Esistono però errori legati alla natura stessa dell'atto medico, vale a dire all'imprevedibilità e infinità delle variabili in campo. Viviamo in un tempo in cui il calo delle curve di mortalità - almeno nel nostro mondo occidentale ricco, sano e sempre più vecchio – e i portentosi progressi delle scienze biomediche sembrano prometterci quasi l’immortalità, diffondendo l’idea dell’onnipotenza della medicina e scacciando dall’immaginario l’idea della sua sconfitta e il rifiuto della morte. Occorre riferirsi a questo scenario - di successo della medicina e di aspettative crescenti - per comprendere il perché della non accettazione del fatto che la medicina non è una scienza esatta e che i medici non sono infallibili, per cui è valido, anche per loro, il sillogismo «tutti gli uomini sbagliano; i medici sono uomini; dunque anche i medici sbagliano». E occorre dire che se gli errori medici sono frequenti, è anche vero che, in maggioranza, sono dovuti più ad inadeguatezze strutturali o procedurali, che non a negligenze, superficialità o leggerezza personale. Per il “caso Purgatori” occorreranno forse più dei 60 giorni assegnati ai magistrati per stabilire le responsabilità di atti di imprudenza o negligenza. Ma al di là di questo caso, c’è da dire che l’attenzione medica spinta da questa vicenda medico-sanitaria ha proposto, in generale, una questione che sta assumendo un’importanza crescente: il colpevolismo sanitario, la tendenza a demonizzare medici e strutture quando qualcosa “va storto”. Mettere al centro di una spirale rivendicativa e risarcitoria gli errori medici, piuttosto che assumerli a vantaggio del bene collettivo allo scopo di evitarli, non aiuterà a difendercene.