Fa tanto caldo, ma d’estate è sempre stato così
Caronte, Lucifero e le ondate di afa: dagli Anni 70 a oggi poche differenze
Il caldo non ci lascia il tempo di pensare, è invadente, appiccicoso, non ne possiamo più. Vorremmo tutti effettuare un viaggio dalle Alpi ai Pirenei. Fa caldo e d’estate è un’ovvietà. Come tutti i consigli che vengono erogati: bevete molta acqua e mangiate molta frutta. Come se fossimo lobotomizzati e avessimo preparato per pranzo una bella polenta valsugana e bagna cauda per secondo. Eppure, a pensarci bene, d’estate ha sempre fatto molto caldo.
Non come adesso si dirà. Ad essere sinceri e ritornare indietro con i ricordi c’erano meno armi per affrontare il caldo e tutti guardavano il mondo con più semplicità. Quelle giornate d’estate degli anni Settanta lunghe e interminabili dove il sole ballava davanti all’orizzonte e la noia ci trasportava a respirare piano. Quelle lunghe gite dentro una Fiat cinquecento con i finestrini aperti e a vivere l’ebrezza di un vento caldo che ci avvolgeva e ci faceva cantare a squarciagola “e chiare sere d’estate, il mare, i giochi le fate” e le risate sulla spiaggia dove la sabbia era bollente e non avevamo neppure gli ombrelloni oni-oni per riparaci dalla canicola. Passavamo ore interminabili tra le onde e la battigia a giocare con l’acqua, a godere della frescura e della spensieratezza. Faceva molto caldo e le giornate in pineta erano inframmezzate da pause pranzo infinite, tra melanzane, peperoni, sformati di zucchine e c’era qualcuno che, con estrema sfrontatezza, presentava teglie di zuppa gallurese. Ecco perché occorrevano tre ore prima di rigettarsi in acqua e quel tempo pareva non passasse mai.
Il sole raccoglieva le nostre attese e ci aiutava a nasconderci tra i pini e la macchia mediterranea di un’estate sarda e dolce. Faceva molto caldo, ma non lo scrivevamo da nessuna parte, non postavamo la foto con la spiaggia affollata, con i bambini vocianti, con le mamme pronte ad urlare che ancora non era giunto il momento di gettarsi in acqua. Al massimo potevamo, con una canna, scrivere qualcosa sulla sabbia tanto l’onda, a poco a poco, quelle parole se le sarebbe portate via con sé. Quando giungeva la sera – e si rimaneva in spiaggia ben oltre il tramonto – il caldo si affievoliva e subentrava l’umidità. I genitori cominciavano a richiamare i propri figli, si raccoglievano i secchielli e le palette e noi, adolescenti terribili, a gettarci ancora in acqua e cantare a squarciagola, osservando le ragazze appena più lontane: “ma tremo davanti al tuo seno”. Si ritornava bagnati e felici, accaldati e convinti di aver trascorso una bella e lunga giornata d’estate.
Quel caldo era la nostra vita, il corollario di quelle giornate apparentemente tutte uguali. Quel giallo faceva da contorno, quell’unico colore che molti chiamavano “giallo Sardegna”. Quel succhiare il ghiacciolo alla menta e sentire il freddo nella gola, ma era solo l’attimo fuggente perché poi, il caldo, si riprendeva tutto. Si aspettava una pioggia che non arrivava, il maestrale che tardava, la notte per poter correre ancora in spiaggia e con una chitarra provare a gettare le canzoni verso quel cielo scuro, leggiadro, afoso, bellissimo. Eravamo ingenui, accoccolati ad ascoltare il mare, in attesa che quell’estate arrivasse al traguardo finale e sarebbe incominciato un nuovo anno scolastico; il caldo sarebbe divenuto un tenue ricordo, come gli amori fugaci, le spruzzate di acqua salata, le serate in passeggiata a contare le vasche e sperare in un sorriso di qualche ragazza. Poi, tutto spariva, la magia ridisegnava la realtà e con l’inverno avremmo cominciato a sperare in una nuova estate. Davanti al freddo, ai maglioni e alle coperte si chiedeva, a gran voce, che ritornasse l’afa, il caldo torrido e le lenzuola di lino.
Fa caldo. Lo diciamo, lo scriviamo sui social, chiamiamo queste ondate Caronte, Lucifero, come se fosse l’ultima estate da affrontare. E i condizionatori regalano fresco falso. Fa caldo. Ma, credetemi, d’estate è sempre così.
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