La Nuova Sardegna

Il caso Sardegna

Un popolo di migranti sanitari

di Eugenia Tognotti

	Un'apparecchiatura per la radioterapia
Un'apparecchiatura per la radioterapia

S’impongono le due recentissime vicende di Nuoro, ma sempre più sardi decidono (o sono costretti) a curarsi fuori regione: nel 2022 la mobilità sanitaria passiva sfiora i 73 milioni

08 settembre 2023
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Migrazioni sanitarie e migranti in cerca di cure. Sono freschi di stampa – mentre s’impongono due casi di cronaca da Nuoro - gli ultimi dati che ci restituiscono un quadro ‘normale’ dopo la tempesta del Covid.

E conseguente riduzione (se non annullamento) per due anni degli spostamenti delle persone da una regione all’altra per cure, diagnosi, interventi, prestazioni ospedaliere e ambulatoriali. Che cosa ci “raccontano”, dunque, gli ultimissimi dati sulle dimensioni del fenomeno della mobilità sanitaria, con ciò che si porta dietro, in termini di implicazioni sanitarie, sociali, etiche ed economiche e di grandi diseguaglianze nell’offerta di servizi sanitari tra le diverse Regioni italiane e tra il Nord e Sud?

La prima notizia è che siamo tornati al livello pre-Covid con un ‘giro d’affari’ – come viene inappropriatamente definito da qualche giornale specializzato - che supera i 4,3 miliardi di euro. Insomma, passata la grande tempesta, non solo c’è una ripresa dell’esodo di centinaia di migliaia di pazienti dal Sud verso il Nord. Ma resta invariato – nonostante piani, programmi e proclami - il grande peso che grava sulle casse di quelle regioni che non riescono ad attrarre pazienti da fuori e tantomeno a frenare l’esodo dei suoi residenti, bisognosi di cure. Tra queste c’è la Sardegna: sempre più sardi decidono (o sono costretti) a curarsi fuori regione: nel 2022 la mobilità sanitaria passiva sfiora i 73 milioni. Volendo immaginare una cartina dell’Italia a colori, con quello verde a contrassegnare le regioni in attivo e in rosso quelle gravate da un passivo, si potrebbe notare che queste ultime si trovano tutte al Sud, col record del saldo negativo per la Campania, che un passivo di ben 277 milioni. Il gruppo delle Regioni più attrattive, con segno più, è guidato dalla Lombardia con 505 milioni. Un dato legato all’offerta nell’alta specializzazione proveniente dalle strutture private accreditate, così come per gli interventi d’elezione, da tempo alla base dei flussi. Non solo dal Sud – occorre dire - ma anche da altre regioni settentrionali. Un aspetto, quello dato dalla forte presenza del privato, che distingue la sanità lombarda. Dietro c’è l’Emilia-Romagna e, pur con cifre meno rilevanti il Veneto che chiude con un attivo di 176 milioni.

Guardando al saldo tra mobilità attiva (attrazione di pazienti da altre regioni) e quella passiva (migrazione sanitaria dalla regione di residenza verso altre), Emilia Romagna, Lombardia e Veneto – e non sembra inutile ricordare che sono le Regioni capofila della richiesta di Autonomia differenziata – fanno la parte del leone del saldo attivo. Mentre il grosso del saldo passivo si concentra in Campania, Calabria, Sicilia, Puglia, Lazio, Abruzzo, Liguria, Sardegna, Basilicata, Marche, Umbria, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Piemonte. Tra le quattordici regioni rosse, con elevati indici di fuga, l’isola è all’ottavo posto.

Ma cosa cercano i migranti della salute che, in aereo o in nave, attraversano il Tirreno, in cerca di cure, nel pubblico e nel privato? Il grosso riguarda ricoveri ordinari e day hospital, medicina generale, specialistica ambulatoriale ecc. Ed è perfino superfluo richiamare il di più dei disagi connessi all’insularità (data l’eterna questione dei trasporti e dei disagi che ogni isolano sperimenta nel lasciare la terraferma). Ai costi diretti, sostenuti da pazienti e familiari per gli spostamenti, si aggiungono quelli indiretti (assenze dal lavoro di familiari, permessi retribuiti). Per non parlare di quelli immateriali che conseguono dalla non esigibilità – per tanta parte della comunità regionale - del diritto fondamentale alla salute - sancito dalla nostra Costituzione repubblicana.

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