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Oristano

Gli invisibili di via Indipendenza

Gli invisibili di via Indipendenza

Dalla scrittrice Savina Dolores Massa un atto d’accusa alla città e alle amministrazioni

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Ho parlato altre volte di una certa strada, di quattro palazzi di edilizia popolare lì costruiti cinquant’anni fa. Ventotto appartamenti piccolini che furono assegnati ai più poveri raccolti dai fortini, da chiese abbandonate, da stanze di fango. La città cattolica fino al midollo non li accettò davvero mai, i miserabili affamati. La strada fu spesso scansata o percorsa a passo rapido. Gli “appestati” di viale Indipendenza furono come murati dagli sguardi. I bambini residenti in viale Indipendenza faticarono, crescendo, più di altri. Questo lo so bene, perché ero tra loro. Noi dovevamo difenderci da una società intera. Noi soli conosciamo le armi che abbiamo dovuto sfoderare. Non faccio pietismo, racconto il vero, vi piaccia o meno. Nella strada un bel giorno piantarono aranci. Ogni maggio viale Indipendenza ha conosciuto il profumo delle zagare. Peccato per i concittadini ciechi che non le hanno volute annusare, come pure i gelsomini che le donne della strada hanno curato, e le fresie e molto altro. Non ci avete mai visti, come non vedete ora i palazzi vuoti. Due demoliti, due pronti ad esserlo. In quei quattro palazzi erano rimasti solo i vecchi, ottantenni o su di lì, quasi tutti. Si decide e si annuncia, vi sposteremo provvisoriamente in altre abitazioni, costruiremo per voi case bellissime, e poi tornerete.

Questo fu detto cinque, sei, sette anni fa? Fu detto a uomini e donne che pensarono senza dirselo a vicenda, Se ci saremo ancora, se Dio vuole.

Dio! Però sperarono, tutti i miei vecchi di viale Indipendenza. Sapevano che il progetto era stato finanziato. Che cosa è successo? Ogni vecchio ha dovuto lasciare la sua casa, dopo cinquant’anni di passerotti, tortore, rondini, gatti, e gelsomino. Ogni vecchio separato dall’altro, in case distanti l’una dall’altra, senza storia di appartenenza. Traslochi pagati con le proprie misere pensioni, nuovi allacci della luce, acqua, telefono.

Non si vedono più tra loro. Stanchi nel camminare i vecchi si sono ritrovati galeotti in luoghi a loro sconosciuti, dentro un vicinato estraneo. Che non li vede. Il Progetto avrà bisogno di almeno altri cinque anni per partire, se partirà, l’Inganno. Nessun vecchio, se ancora in vita, avrà il denaro per permettersi un altro trasloco, né le forze.

E adesso io ti accuso, città intera, strapiena di chiese e ipocrisia di amministrazioni comunali, ti accuso per l’indifferenza dimostrata in cinquant’anni di esistenza dei palazzi di viale Indipendenza. Ti accuso per le spalle voltate verso esseri umani che subiranno perfino l’affronto di ricevere l’estrema unzione da un prete del quale non sanno neppure il nome. Ti accuso per la solitudine della loro fine nello smarrimento, nel disorientamento. In molti neppure sanno il nome della nuova via che li sta ospitando. Forse sarebbero stati più felici se rimandati alle loro origini: fortini e casupole in campagna. Ti accuso per non aver concesso loro neppure le zagare di maggio. (s.d.m)

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