La Nuova Sardegna

Oristano

I detenuti accusano: «Siamo deportati»

di Enrico Carta
I detenuti accusano: «Siamo deportati»

Denunciano la lontananza da casa, il sovraffollamento, la difficoltà per le cure. In questi giorni nuova rumorosa protesta

30 maggio 2014
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ORISTANO. «Deportati». Dal carcere arriva una lettera, dove non si ha paura a usare quel termine. La firma un detenuto, uno di quelli dell’Alta Sicurezza, uno di quelli al centro delle cronache da quando il nuovo penitenziario ha aperto le porte ai detenuti, di fatto seppellendoli a duemila chilometri di distanza da casa. In due pagine viene riassunto il dramma di chi ha visto di colpo spezzati e spazzati tutti i suoi diritti.

Sono righe piene di accuse contro il sistema che li ha emarginati, trascurando la Costituzione e le leggi. Sono righe che si concludono con un ringraziamento alla direzione del carcere e alla polizia penitenziaria. Tutto il resto è il racconto di quel che accade dietro quella porta impenetrabile. È un racconto di violazioni continue dei diritti dei detenuti dell’Alta Sicurezza, che poi verrà confermato dalla denuncia lanciata dall’associazione Socialismo, diritti e riforme che annuncia che da una settimana la protesta dall’interno delle celle si è nuovamente fatta assai intensa.

I detenuti arrivano tutti dalla penisola, «da strutture dove avevamo iniziato un percorso rieducativo frequentando università, scuole, corsi, lavoro – scrive l’autore della lettera –. Strutture, quelle, idonee allo scopo della misura detentiva in carcere, la quale dovrebbe tendere alla rieducazione al reinserimento. Il principio di territorialità della pena non vale solo per i detenuti sardi, ma dovrebbe valere per tutti. Ci siamo trovati, oltre che a duemila chilometri dalle nostre famiglie, ad abbandonare percorsi iniziati diversi anni fa dentro le strutture da cui proveniamo. Siamo arrivati a Massama, dove invece non c’è niente».

Le mancanze dell’istituto sono elencate una ad una nella lettera: «Non esiste area trattamentale costituzionalmente sancita, l’area sanitaria è fatiscente». In più il trattamento è lo stesso dell’articolo 80 che però era stato abrogato proprio nel 1980.

La protesta di questi giorni segue quella di alcune settimane fa. «Nei mesi scorsi abbiamo già provato a far sentire la nostra voce con una manifestazione pacifica di battitura delle grate e sciopero della fame. Ciò che chiediamo non è altro che il rispetto di tutti i diritti costituzionalmente sanciti e che, invece, a Massama sono costantemente violati. Ci troviamo rinchiusi in tre per venti ore al giorno in celle che dovrebbero ospitare massimo due persone. La struttura può ospitare 240 detenuti. È vero che siamo 260, ma una sezione è chiusa e un’altra è occupata da sole venti persone di Media sicurezza. In Sardegna ci sono altre strutture neonate come Massama, dove si sono create realtà consone alla rieducazione e riabilitazione del detenuto, dove la sanità funziona. Batsa vedere Tempio Pausania, anche quello è un carcere, anche quella è Sardegna e anche lì ci sono i detenuti dell’Alta sicurezza».

E non sono solo loro a lanciare l’allarme. Maria Grazia Calligaris, presidentessa dell’associazione Socialismo, diritti e riforme rilancia le segnalazioni arrivate proprio da chi sta dietro quelle sbarre e quelle grate. «Al di là della buona volontà della direzione, il carcere di Massama non sembra nato sotto una buona stella. Nonostante il costo di 40 milioni, subito dopo l’inaugurazione è stato necessario smantellare buona parte della pavimentazione in diversi corpi del complesso per provvedere alla mancata impermeabilizzazione, poi sono iniziati i disagi. È opportuno che il Dipartimento smetta di inviare nuovi ospiti e provveda a garantire i diritti dei cittadini privati della libertà».

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